Lo pseudonimo straniero vende di più?


Questa è una domanda che i malpensanti, cercatori di gombloddi, pensatori maliziosi hanno sempre sulla punta della lingua, e quando me la pongono, hanno già quella scintilla negli occhi come a dire "Ti ho beccata!".
Il fatto che io giri su un'utilitaria il cui unico requisito per me sostanziale è che consumi poco, e non su una Ferrari decapottabile, credo che sia una risposta di per sé esauriente alla domanda.
Ma andiamo per punti.
A: gli stranieri vendono più libri degli italiani? Dipende, se sono famosi, sì.
King, Follett, Kinsella, Dan Brown vendono, è vero, ma loro hanno ormai una celebrità autoriale indiscussa e surclasseranno senza colpo ferire qualsiasi vicino di vetrina italiano o straniero che sia.
B: i lettori preferiscono gli autori stranieri a quelli italiani? Meno di quel che si pensa. Qualcuno potrà avere il preconcetto del tipo "Non leggo autori italiani", ma stiamo parlando di una percentuale molto contenuta che non fa certo la differenza in termini di vendite.
C: il nome straniero attira più attenzione di quello italiano? Giusto quella, ma attirare l'attenzione non si traduce in una vendita automatica. Non ho mai comprato un libro a scatola chiusa basandomi solo su "L'autore è straniero. Ok, lo prendo.", io (e penso, la maggior parte dei lettori) leggo la trama e in quel caso, se sono convinta e interessata, compro il libro, altrimenti torna sullo scaffale, italiano o straniero che sia l'autore.
Infine c'è la madre di tutte le risposte: se un romanzo è scritto male e non sta in piedi, non c'è pseudonimo straniero che lo salvi.
Mettiamo che io lettrice sia stata così frettolosa (diciamo che avevo poco tempo e ho fatto un salto in libreria di tre secondi), e abbia comprato un romanzo al volo, seguendo l'istinto e affidandomi alla garanzia del nome straniero dell'autore, poi a casa mi rendo conto che sto leggendo una cosa che non mi piace affatto... Secondo voi, comprerò altri romanzi di quell'autore? Secondo voi, consiglierò quel libro ad amici e parenti?
Le risposte sono no e no.
Ecco come muore la teoria del "Il nome straniero vende di più".
Quindi, ricapitolando, chiunque esordisca con un romanzo scegliendo uno pseudonimo straniero con l'idea che basti per vendere centinaia di migliaia di copie, si ricordi che dovrà confrontarsi con gli stranieri, quelli veri, mostri sacri del calibro di King, Grisham, o Smith; che se uno vuole costruire un proprio percorso e crescere, il nome non basta, ci vogliono le idee, e se il romanzo d'esordio è debole (perché tutto l'onere era affidato allo pseudonimo straniero), i romanzi futuri non li venderà neanche con lo pseudonimo più bello del mondo.
Basta parlare dei massimi sistemi e veniamo a me.
Felicia Kingsley non è stata un'operazione commerciale per un motivo molto semplice: è partita dal self-publishing, quindi il giorno che auto pubblicò il suo primo romanzo, neanche nei suoi sogni più sfrenati immaginava che un giorno avrebbe lavorato con Newton Compton Editori, e che sarebbe arrivata sugli scaffali di una libreria.
Uno pseudonimo però lo voleva, perché Felicia aveva (e ha) due vite e come tali andavano separate.
Il cognome Kingsley ce lo aveva in testa dai tempi in cui scriveva fanfiction su EFP alla tenera età di quindici anni, ergo Felicia+Kingsley= Felicia Kingsley.
Mistero svelato.
Ora mi rivolgo a voi, cari malpensanti, gombloddisti e maliziosi: non pensate sia un insulto all'intelligenza dei lettori, sostenere che "lo pseudonimo straniero aiuta l'autore a vendere di più"? Perché alle mie orecchie suona come "La gente è così superficiale che compra qualsiasi cosa se c'è un nome straniero sopra". Un po' come se un autore fosse un brand.
Certi autori, tipo George R.R. Martin o J.K. Rowling sì, sono un brand, ma per forza di cose, nel momento in cui le loro opere trascendono la letteratura, diventando un fenomeno culturale. Ma sono davvero pochi casi isolati.
A me piace pensare che i lettori comprino un libro perché sono interessati al suo contenuto, non al brand.
I brand li lasciamo alle sorelle Kardashian-Jenner.

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