Scrivere "Una Cenerentola a Manhattan", il dietro le quinte.

Che io mi sia divertita a scrivere "Una Cenerentola a Manhattan" spero si sia capito. Io mi diverto sempre quando scrivo, penso che il divertimento sia la chiave, ma il processo creativo non è stato immune da momenti in cui mi sono dovuta fermare a riflettere.
Oggi vi parlo un po' delle difficoltà che ho affrontato nella stesura del romanzo, sia per farvelo conoscere meglio, sia per sfatare un po' di miti per tutti quelli che pensano che "Tanto scrivere un romanzo rosa è facile".
Una Cenerentola a Manhattan è un retelling della favola originale, ambientato in una città reale (non in un regno di fantasia) e nel 2018.
Il primo problema dei retelling che un autore deve affrontare (e che lo accompagnerà fino alla fine della stesura), è capire quanto avvicinarsi alla favola senza cadere nella copia, e quanto allontanarsene senza snaturarla.
Ebbene, è un delicatissimo equilibrio non sempre facile da mantenere, perché gli elementi da bilanciare sono sempre due: la riconoscibilità della favola (fondamentale per un retelling) e gli elementi contemporanei che servono a rendere credibile il nuovo contesto.
Il procedimento ha richiesto una cernita dei macro e microelementi della favola da mantenere, rispetto a quelli che si potevano modificare. D'obbligo, c'erano: la perdita dei genitori, la "cenere" ossia le ingiustizie subite da Riley per mano di matrigna e sorellastre, la perdita della scarpetta, la fata madrina, il riscatto e l'happy ending.
Altro "nodo" maestro: modernizzare Cenerentola. Nella favola, è una sguattera, non ha particolari prospettive, non ha ambizioni, desidera la felicità, ma intesa come concetto astratto. Non si capisce bene da dove vuole ricavarla questa felicità.
A parte che è una fanciulla dall'animo gentile e delicato, non sappiamo molto di lei, quindi ho dovuto caratterizzare Riley quasi da zero.
Una cosa era certa: nel 2018, dipingere una cenerentola serva, remissiva e priva di ambizioni, che aspetta di essere salvata, sarebbe stato anacronistico, quindi l'obiettivo era dare un senso all'esistenza della protagonista.
Ovvero, darle una vita, darle un lavoro (tre), darle dei pensieri di sostanza.
Infine, la madre di tutti i guai: il principe.
Se ci fate caso, nella favola originale, il principe incide sulla storia per più o meno, lo 0,5 %.
Non lo vediamo mai: solo al ballo, e nel finale, quando sposa Cenerentola, per il resto è nebbia.
Anche a non voler essere più reali del re, nessuno, nel 2018, si sposerebbe dopo aver ballato per un ora a una festa.
Nei romanzi rosa, il protagonista maschile è FONDAMENTALE, non avrei potuto scrivere un romanzo privo del maschio alpha.
E anche qui, c'era un problema: il principe della favola originale è così evanescente che non sappiamo nulla di lui. Sappiamo che è un principe, punto, e questo deve bastarci.
Ma nel 2018, non basta. Non avrebbe retto.
E così, il grosso del mio tempo, l'ho dedicato a pensare a Jesse, per immaginarmi un uomo che potesse reggere la scena con una eroina tosta come Riley. Doveva essere uno in grado di tenerle testa, carismatico e anche fuori dalle righe, perché la mia Riley non è una svampita che si fa incantare da un bel faccino e basta.
Questa, ammetto, è stata sicuramente la sfida più grande.
In ultimo, il finale: c'erano molti cerchi da chiudere. La dimostrazione della proprietà del romanzo, Ray Mullighan, l'identità della Cenerentola, la dichiarazione di Jesse e, ovviamente, la rivalsa su Mathilda e sulle gemelle. Riuscire a rispondere a tutte le domande in poche pagine senza ingarbugliarsi è stata una bella ginnastica mentale.
Ora sapete qualcosa di più sui retroscena di "Una Cenerentola a Manhattan", su come ho lavorato e su come, spesso, dietro le cose apparentemente semplici, ci sia comunque molto impegno.
Ma nonostante tutto, ripeto, mi sono divertita come una folle a scrivere, perché quando una storia ce l'hai dentro, devi farla uscire, farla vivere e vivere con lei.


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