Scrittura e dintorni
Mi sono laureata in Architettura, ma ho iniziato a scrivere a dodici anni e pubblico da oltre dieci. Pur non avendo seguito corsi specifici relativi al mondo dell’editoria (ma mi piacerebbe farlo, in futuro), in questi anni ho imparato tanto grazie all’esperienza diretta, errori, confronto con i professionisti del settore e conoscendo altri autori. Così, in questi articoli, provo a condividere con chi vorrebbe saperne di più di questo mondo tutto ciò che ho raccolto.
Perché scrivere un romanzo?
Scriviamo sempre per un motivo, ma a volte non è quello giusto. E quando non è quello giusto, il lettore – il più delle volte – lo avverte.
Tra gli infiniti motivi sbagliati, secondo me questi sono cinque dei più gravi:
- Scrivere per diventare famosi: il 99% degli scrittori, quando esce di casa non lo riconosce neanche il vicino. Chi desidera la celebrità, i riflettori, ed essere fermato per strada da schiere di fan, le professioni sono altre.
- Scrivere per diventare ricco: come nel punto sopra, sono pochissimi gli autori che possono definirsi davvero ricchi per ciò che hanno scritto.
Ci sono quattro categorie di autori:- quelli che possono vivere di scrittura senza più scrivere, perché magari hanno pubblicato uno o due romanzi dal successo mondiale al punto da diventare cult. Ogni anno percepiscono ingenti royalties dalla vendita di questi loro longseller e dunque vivono quasi di rendita della propria scrittura (parliamo soprattutto di autori stranieri, provenienti dal mondo anglofono);
- gli autori che vivono dignitosamente della scrittura dei propri romanzi ma che, se smettessero di pubblicare, nel giro di un paio d’anni non percepirebbero più royalties tali da consentire loro di mantenersi;
- gli autori che vivono di scrittura ma non solo dei romanzi che pubblicano, ovvero quelli che affiancano alla stesura e alla pubblicazione di libri anche un’attività letteraria parallela, o più di una (ghostwriting, editing, articoli per giornali e riviste, traduzioni, lezioni, conferenze, etc.). Questo non significa che i loro romanzi non siano di successo, ma magari non ne pubblicano di frequente e al contempo apprezzano poter mettersi alla prova in più ruoli;
- gli autori che, pur pubblicando magari anche spesso, non percepiscono royalties sufficienti a vivere di scrittura, e dunque hanno altri lavori part-time o a tempo pieno, non necessariamente collegati all’editoria.
- Scrivere per farsi scoprire da una grande casa editrice: quando ci si siede al computer a scrivere la storia che si ha in mente, non è affatto scontato che una casa editrice verrà a bussare alla porta. La Grande Casa Editrice non sta aspettando quel romanzo. È l’autore a dover dimostrare all’editore di valere un contratto, di meritare lo scaffale.
- Scrivere per avere milioni di lettori: come sopra, i milioni di lettori hanno già l’imbarazzo della scelta tra gli oltre ottantamila titoli (dato aggiornato al 2023) che ogni anno vengono pubblicati in Italia. Sono gli autori a dover conquistare la fiducia dei lettori, non viceversa.
- “La mia vita potrebbe essere un romanzo”: non c’è nulla che faccia scappare un editor più veloce delle parole “Romanzo autobiografico”. Certo, ciascuno è unico è speciale e, tante volte, i contraccolpi della vita fanno attraversare esperienze che si vorrebbe condividere con più persone possibile. Ma a meno che la propria vita non contenga elementi eccezionali e introvabili (testimonianza di un evento storico, essere diventato un personaggio di riferimento culturale, etc.), meglio orientarsi su altro. Ovviamente nessuno vieta di scrivere la propria autobiografia, se lo si vuole fare per piacere personale, ma bisogna essere consapevoli che l’aspettativa editoriale andrebbe ridimensionata. Inoltre, quando si scrive di sé stessi, non si è mai giudici obiettivi e si tende a migliorarsi e a rendersi eroici più di quanto non si sia in realtà.
Ora veniamo ai buoni motivi per cui scrivere: per piacere personale.
Perché scrivere fa stare bene, rimette in pace con il mondo, fa sentire vivi.
Perché c’è una storia che prega di essere raccontata, perché dei personaggi vogliono prendere vita.
Perché quando si scrive il tempo passa e non ci se ne accorge.
Perché entrare in comunicazione con la parte migliore di sé stessi, quella intima, quella che agli altri non si mostra.
Scrivere è un’urgenza che viene da dentro, che se non viene assecondata toglie il respiro e che non ha nulla a che vedere con i cinque punti dell’elenco sopra.
Quando si è soli con la tastiera (o penna e quaderno) non esistono i soldi, non esiste la fama, non esistono i milioni di lettori, non esiste l’editore iridato e corteggiato da tutti. Esiste solo la storia.
Come dice Dan Brown: “Write as nobody is watching, because nobody is watching”.
Vorrei scrivere un romanzo ma non so come fare
La prima domanda da porsi è: “Ce l’ho un’idea? Qual è la storia?”.
O quello di scrivere un romanzo è solo un languorino? Una vaga “voglia di qualcosa di buono”?
Attenzione a non farsi sviare dalla romanticizzazione della figura dello scrittore: avere una scrivania bella e con tutta la cancelleria abbinata; guardare le gocce di pioggia sul vetro in attesa dell’ispirazione; sedere nei bar davanti al computer con accanto scenografici bicchieroni di caffè e un muffin.
Certo, nulla di male in tutto questo, ma fin qui è solo pura estetica. Quando si ha una buona idea, tutto ciò non è necessario: Dan Brown ha scritto Il Codice Da Vinci nello sgabuzzino di casa dei suoi suoceri, seduto su una cassetta di vuoti a rendere del latte e usando un’asse da stiro come tavolo per appoggiarci il computer.
Lo dico perché la differenza è abbastanza sostanziale: se abbiamo un’idea, possiamo sederci e lavorare; se è solo “voglia di vestire i panni di uno scrittore”, meglio dedicarsi ad altro.
Ma se ci si trova nel primo caso, si può procedere in questo modo.
Anzitutto, bisogna riconoscere l’idea. Se risponde alla domanda: “Cosa succede?”, è una buona base di partenza per un romanzo. Se invece la risposta è “Boh?” o “È ambientato in Minnesota”, allora la scrittura è ancora in una fase prematura.
Se però succede qualcosa, dobbiamo capire come raccontarlo.
Premessa: quanto esporrò non è un metodo universalmente efficace, non ha ricevuto il sigillo di garanzia di nessuno, ma se qualcuno non avesse mai scritto nulla e volesse iniziare ora, gli consiglierei di procedere così.
Partire con le idee confuse, significa procedere confusi senza sapere dove si sta andando e scrivere una storia senza capo né coda.
Sinossi e personaggi sono la chiave di volta per fare ordine.
La sinossi è la storia raccontata in maniera sintetica ma completa.
Si mettono nero su bianco tutti gli eventi, dall’apertura al gran finale, passando per ogni svolta decisiva.
La sinossi è il navigatore che guiderà la scrittura, serve a non perdersi e a non trovarsi a un certo punto a chiedersi: “E adesso, come vado avanti?”.
Scrivere una sinossi non è uno scherzo, sono solo poche pagine ma ci si può passare sopra diversi giorni.
“Così dettagliata?”, “Ma non uccide la creatività?”, “A cosa serve, se tanto poi devo scrivere tutto il romanzo?”.
La sinossi serve per capire se la storia fa acqua da qualche parte.
A molti autori la sinossi non piace perché li mette davanti al fatto che l’idea che credevano tanto brillante, a conti fatti non sta in piedi.
È accaduto anche a me, quindi lo dico per esperienza personale: ho una cartella nel pc, nominata “NO”, in cui si decompongono serenamente tutte le pessime sinossi delle pessime idee che ho avuto negli anni.
Ma è il bello del gioco: ideare nuove trame in continuazione. Se ne sviluppano dieci ma se ne scrive solo una, però, quell’una starà in piedi a meraviglia.
Scrivere con una sinossi velocizza parecchio la prima stesura perché non si arriverà mai a un punto morto della storia, ma si saprà sempre dove andare.
Me ne sono accorta quando ho iniziato a stilare le sinossi prima di scrivere i romanzi, anziché andare a braccio: ora impiego la metà del tempo per terminare la prima stesura.
Passando ai personaggi, bisogna chiedersi: chi è il protagonista (o protagonisti), chi sono i personaggi secondari, i terziari? Che ruoli hanno? Come incidono sulla trama?
Può essere utile fare delle vere e proprie schede/carte di identità dei personaggi, in cui definire le caratteristiche fisiche, caratteriali, professionali, la backstory e le relazioni, in modo da riuscire a dare voci uniche e autentiche a ciascuno di loro.
Sì, è un sacco di lavoro, ma anche in architettura, si sviluppa prima il progetto in studio e solo dopo si va in cantiere per costruire l’edificio, altrimenti gli operai non saprebbero nemmeno dove scavare, o quanto.
Per esercitarsi si può provare a fare questo: si prende un romanzo che si conosce bene e lo si riassume.
Si racconta tutta la storia con parole proprie, dall’inizio alla fine, descrivendo l’intreccio narrativo passaggio per passaggio. Quella che si otterrà è la sinossi.
Per le schede personaggi si può iniziare compilando quelle di persone che si conosce davvero tipo genitori, fratelli, amici, colleghi…
So che è impegnativo e che ci vuole tempo, ma con questi strumenti scrivere il romanzo sarà più semplice. E poi, nulla è inciso sulla pietra: se, durante la stesura del romanzo, arrivasse un’idea migliore, si potrebbe deviare dal piano originale e iniziare un nuovo percorso nella nuova direzione. Basta ricordarsi, però, di definire dove stiamo andando.
Scrivi ciò che conosci: documentarsi prima di scrivere un romanzo.
“Write what you know”, tradotto “Scrivi ciò che conosci” è una frase attribuita a Mark Twain ed è a tutti gli effetti un dogma quando si tratta di scrittura. Ma cosa significa veramente questa frase? Se presa alla lettera, si appiattirebbe il concetto a: “Scrivi la tua autobiografia”.
Conoscere NON VUOL DIRE aver vissuto in prima persona i fatti che si narrano, quindi neanche:
- vivere o aver vissuto nella città/paese in cui è ambientato il romanzo;
- vivere o aver vissuto nell’epoca storica durante cui si svolge il romanzo;
- praticare o aver praticato una delle professioni dei personaggi;
- aver attraversato la fase di vita e/o anagrafica del protagonista.
Appare evidente che se fosse così, tutte le storie che ricadono nel genere fantasy non potrebbero esistere dato che nessun autore ha esperienza diretta di accademie di magia o di volo sui draghi. Come nemmeno i romanzi storici, dato che i viaggi nel tempo non sono possibili. E gli scrittori di gialli non sono tutti ex poliziotti, ex investigatori o ex avvocati.
Ma dunque, cosa vuol dire “Scrivi ciò che conosci”?
Vuol dire documentarsi. BENE.
Significa che, una volta scelta la tematica, l’ambito, il contesto in cui avviene la nostra storia, si devono reperire le informazioni che servono tramite fonti attendibili e fact checking.
“Mio cugino mi ha detto che…”, non è una fonte attendibile (sempre che il cugino non sia un luminare in quel determinato campo).
Io, quel “Write what you know”, preferisco tradurlo in “Scrivi ciò che sai”, che secondo me pone l’accento proprio sul fattore documentazione. Certo, ai tempi di Mark Twain (1835-1910) l’istruzione era ancora ad appannaggio di pochi, i libri erano un bene costoso, non c’erano media come TV o cinema o radio a stimolare l’immaginario delle persone e ovviamente non c’era Google. Scrivere di accadimenti legati alla propria vita era una fonte sicura di verosimiglianza.
Oggi, la tecnologia ci dà ogni mano possibile, dagli street viewer, a intere biblioteche digitalizzate i cui testi possiamo fruire senza spostarci da casa; possiamo fare call con esperti di un settore per chiedere loro le informazioni che ci servono…
Esempio: si vuole scrivere un romanzo ambientato nella Stazione spaziale internazionale?
Su YouTube ci sono perfino i video realizzati dall’ESA con Samantha Cristoforetti che spiega come e cosa si mangia nello spazio, come si dorme, anche come si fanno i bisogni. Questo per dire che fare ricerca, oggi, non significa diventare dei topi di biblioteca, ma può anche essere molto divertente.
Documentarsi prima di partire con la scrittura è utile per due motivi: il primo è che non ci si troverà bloccati ogni dieci righe per verificare un’informazione, perché non si ha idea di come funzioni il lancio di uno shuttle; il secondo, è che lo studio regalerà molti spunti per arricchire la nostra trama.
Si è scelto di ambientare il romanzo in una città in cui non si è mai stati? Se ne stampa la mappa, la si osserva, ci si informa sulle zone malfamate, quelle ben frequentate, quelle destinate al business, quelle al divertimento, come ci si sposta da un punto all’altro, il clima, il traffico… Si può usare Maps per calcolare i percorsi e il più delle volte sono disponibili anche le mappe delle metropolitane.
Quanto costa vivere in quella città? Quanto si paga di affitto per un monolocale? E per un attico?
Essere stati a Parigi in gita scolastica o in viaggio di nozze non significa essere documentati sulle informazioni necessarie, anzi! Inoltre, abitanti e turisti vivono le città in modo del tutto diverso.
Il protagonista svolge un lavoro che non si conosce? Si approfondisce quella professione: che studi vanno fatti? In che università? Come funziona quel determinato ambiente di lavoro?
La protagonista è incinta ma non si hanno figli? Si può parlare con una amica che è diventata mamma (o consultare forum sulla genitorialità) e farsi spiegare ciò che serve riguardo gravidanza, parto (sì, anche i dettagli sgradevoli), allattamento…Si può chiedere anche ai papà, eh, ma per quanto riguarda il vissuto fisico, le mamme ne hanno esperienza diretta.
“Scrivi ciò che conosci” vuol dire, in sostanza, essere informati su tutto ciò che compone l’universo della propria storia, perché essa sia credibile e verosimile.
E non ci si limiti alle fonti nella propria lingua, ma si vada a reperire anche sorgenti straniere. Sarà anche un ottimo esercizio per migliorare vocabolario, pronuncia e capacità di lettura e ascolto!
E per un fantasy? Ecco, lì sta all’autore costruire il suo mondo e far sì che all’interno di esso tutto funzioni e abbia una sua logica e coerenza, ma il principio è lo stesso: bisogna sapere tutto dei luoghi, delle dinamiche spazio-temporali, dei personaggi, delle creature che lo popolano, la mappa, la geografia, la storia (esempio: ne Il Trono di Spade Martin ha ricostruito tutto l’albero genealogico e discendenza dei re che si sono succeduti sul trono dai Baratheon fino ai primi Targaryen), stabilire le regole del sistema magico, capire quali poteri esistono, chi li ha e come li usa, che limiti hanno, condizioni di mortalità e immortalità, solo per fare degli esempi.
In genere i romanzi d’esordio sono ricchi di riferimenti autobiografici (per non dire che la storia stessa è quasi un’autobiografica romanzata), perché noi stessi siamo l’argomento che conosciamo meglio e il margine di rischio è minore. Però, a meno di non voler scrivere un solo libro nella propria carriera, già dalla seconda opera toccherà attingere dal nuovo. Le ricerche non devono spaventare e, per mia esperienza, posso dire che spesso si rivelano essere la parte più entusiasmante del processo, che ci arricchisce anche sul piano personale.
Basta ricordarsi che il modo migliore per avere le risposte è porsi delle domande.
10 libri da leggere per scrivere meglio
Non si può scrivere un romanzo solo con l’ispirazione, così come non si può scrivere un romanzo solo con la tecnica.
Un romanzo scritto con l’ispirazione ma senza tecnica può trasformare una buona idea di partenza in un pasticcio mal raccontato. È un terribile spreco.
Un romanzo scritto con solo la tecnica ma senza ispirazione è un mero esercizio di stile, perché non racconta nulla.
Se le idee non si possono imparare – o vengono o non vengono – la tecnica sì, ed è uno strumento che aiuta a trasformare la sola idea in una storia che accende l’interesse del lettore.
Ecco qui una serie di libri utili da leggere, per chi vuole acquisire, appunto, la tecnica (ricordando che la miglior scuola di scrittura rimane la scrittura stessa, per mettere in pratica ciò che si è imparato, sbagliare, correggere, sperimentare…).
- On writing: autobiografia di un mestiere, Stephen King
- Il dizionario delle emozioni, Luca Panzanella
- L’arte di costruire un romanzo, Elizabeth George
- Elementi di stile nella scrittura, William Strunk Jr.
- Lezioni di scrittura creativa, Gotham Writers’ Workshop
- L’arte di far parlare i personaggi, Robert McKee
- Contenuti, struttura, stile, Robert McKee
- La scienza dello storytelling, Will Storr
- Manuale di redazione. Vademecum per chi scrive, Edigeo
- La correzione di bozze. Manuale per la revisione dei testi, Ferdinando Scala
Questi sono testi generali, utili a fornire una “cassetta degli attrezzi”, ma per quanto riguarda il genere del romanzo che vogliamo scrivere, è cosa buona e giusta aver letto tanto di quel genere.
Il principio fondante è “Scrivi ciò che vorresti leggere”. Dal mio punto di vista ritengo sia un po’ innaturale, e poco spontaneo, scrivere un romanzo di un genere che l’autore per primo non legge o non apprezza. Io scrivo romance perché leggo e apprezzo il genere romance (oltre ad altri generi, che leggo e apprezzo altrettanto).
È un po’ come se a Tizio non piacesse la carbonara ma volesse a ogni costo cucinarla e farla mangiare a me. Perché? Se non la vuole mangiare lui, perché dovrei mangiarla io? E come fa a sapere se gli è riuscita bene, se di solito non la mangia? Questo è il mio parere, almeno.
Per scrivere un buon romance, averne letti tanti aiuta, perché leggendo si assorbe la “grammatica del genere”. E così per un thriller. Così per un fantasy, e via dicendo.
Ovviamente l’universo dei manuali di scrittura è infinito, ma questi mi sembrano un ottimo punto di partenza.
La ricetta per scrivere un bestseller
Ho due notizie: una buona e una cattiva.
Quella buona è che per scrivere un bestseller, non ci vuole molto, basta un solo ingrediente.
Quella cattiva è che quell’ingrediente è farsi il famoso “mazzo”.
Purtroppo non c’è una ricetta segreta come quella della Sacher Torte o della Coca-Cola, custodita in un caveau segretissimo e protetto di cui hanno le chiavi solo Stephen King, Dan Brown, Ken Follett, Wilbur Smith e John Grisham, e che trasmetteranno in gran segreto a un loro protetto.
L’unico modo per scrivere bene è scrivere tanto (con la motivazione giusta, non spinti solo dalla brama di successo), leggere ancora di più e autoistruirsi.
Cosa vuol dire autoistruirsi?
- Vuol dire guardarsi intorno, capire cosa sta succedendo nell’editoria, conoscere il sistema e i suoi meccanismi. Il mondo delle pubblicazioni è complesso e per capirlo bisogna osservare cosa pubblicano gli editori, come, quando, a che pubblico si rivolgono, come comunicano le uscite, da cosa sono composti i loro cataloghi e che collane hanno. Per arrivare sullo scaffale delle librerie, è meglio essere preparati. L’editoria è sì un mondo meraviglioso, che ci regala strumenti per vivere mille avventure nella nostra testa perdendoci tra le pagine stampate, ma è anche un settore economico che muove pesanti fatturati ogni anno e in cui lavorano tantissimi professionisti.
- Vuol dire leggere tanto, non come passatempo, ma in maniera analitica. Si può prendere il romanzo di un autore per cui si prova stima e dissezionarlo. L’autore come struttura la storia? Come suddivide i capitoli? Che narratore (PoV) usa? Come gestisce la timeline? Come caratterizza i personaggi? Se fa piangere/ridere, cos’è che emoziona?
- Per quanto riguarda lo stile, come sono le frasi? Brevi e semplici o lunghe e articolate? Il contesto è descritto? Come? Quanto? In che modo sono usati gli aggettivi? Imparare a scrivere è un po’ come l’apprendistato degli artisti nelle botteghe dei maestri. Leonardo Da Vinci è stato un genio, ma il suo genio non sarebbe mai venuto fuori se il Verrocchio non gli avesse insegnato la tecnica per esprimersi. Un autore agli inizi deve trovare il proprio Verrocchio e studiarne la tecnica. Ma attenzione! Questo non significa copiare la storia del proprio autore del cuore, ma applicare la tecnica che si è appresa alla propria idea.
- Vuol dire seguire corsi. Dove non si riesce da soli con la lettura analitica, i professionisti possono esse d’aiuto dando le dritte che servono. I corsi possono essere di ogni forma e tipo: manuali di scrittura, masterclass on-line (questo sito contiene le migliori masterclass, a mio avviso), video tutorial su YouTube. Si può frequentare un corso di scrittura creativa, oppure cercare un tutor che segua la stesura del romanzo e lo corregga passo per passo.
- Imparare a comunicare. Non serve a niente aver scritto il nuovo Guerra e Pace se poi non si sa come comunicarlo e raggiungere i lettori, quindi l’autoistruzione vale anche per tutto ciò che riguarda il mondo dei social. E su questo, rimando al capitolo dedicato.
- Farsi delle domande. Se durante la scrittura, si pensa: “Che romanzo geniale, quanto sono bravo”, qualcosa non va. Un bravo auto mette in discussione il proprio lavoro in continuazione, cerca i difetti, le imperfezioni, non si fa i complimenti da solo. Riscrive. Riscrive come un pazzo il proprio romanzo una, due, tre volte. Manzoni ha riscritto IPromessi sposi tre volte, direi che si possa fare un bagno di umiltà e riscrivere il proprio romanzo senza proteste. Sì, è faticoso, ma va fatto.
- Vuol dire padroneggiare il proprio genere. Per farlo, bisognerà conoscere quei libri diventati dei punti di riferimento del genere letterario che si sta per scrivere. Faccio qualche esempio: aver letto Harry Potter, o Il signore degli anelli, o Le cronache di Narniao Il trono di Spade sarà il punto di partenza per chi si approccia alla scrittura di un fantasy. Chi scriverà gialli non potrà non conoscere Agatha Christie. Riguardo alle storie a sfondo storico Valerio Massimo Manfredi o Ken Follett, per esempio sono due capisaldi. E per un mistery? Si va da Arthur Conan Doyle, Edgar Allan Poe fino a Dan Brown. “Va bene, ma come faccio a sapere chi sono gli scrittori più affermati del genere che voglio scrivere?”, Ecco, se ci si pone questa domanda, vuol dire che forse non si conosce ancora bene quel genere. Le opzioni sono due, dunque: o lo si legge un po’ più di più o si cambia storia, e si scrive altro.
- Mai sentirsi arrivati. Anche dopo aver pubblicato uno, due, tre romanzi e magari avuto successo, meglio non pensare: “Ok, ce l’ho fatta”. Sentirsi arrivati è il modo migliore per perdere lo stimolo a fare di più e meglio. Quindi, tutta questa autoistruzione di cui ho parlato deve continuare a priori, anche perché l’editoria è un mondo veloce, che cambia e si evolve nel giro di pochi mesi.
Direi che sette punti bastino a rendere il concetto di “farsi il mazzo”, che purtroppo non è simpatico.
D’altra parte, se scrivere un bestseller fosse facile, lo farebbero tutti, cit. Knight Underwood (link scheda romanzo).
Punti di vista: come si sceglie il narratore (pov)?
Qui parlerò dei punti di vista della narrazione, da qui in avanti PoV (dall’inglese, Points of View).
Uno dei punti di partenza per scrivere un romanzo è la scelta del PoV.
Detto anche focalizzazione, il punto di vista è la prospettiva attraverso cui il narratore vede e racconta la storia.
Aldilà di quello che si possa pensare, la scelta del PoV non dipende dalla moda, da cosa piace al lettore, o dal sentirsi in obbligo di narrare ogni romanzo con lo stesso PoV.
Il PoV dipende dalla storia, dalle informazioni che si vogliono dare o che si desiderano nascondere al lettore per rivelarle a un determinato punto della storia.
Quali sono i PoV più utilizzati per scrivere un romanzo? Vado a elencarli, per capire meglio come scegliere quello che più si adatta alle proprie esigenze.
- Prima persona singola
Tutto il romanzo è narrato dal punto di vista del protagonista, in prima persona appunto, nel quale il lettore si identifica completamente poiché si vive, si sente e si vede in tutto “in diretta”.
Anche le informazioni che si hanno a disposizione sono solo quelle in possesso dal protagonista, quindi se qualche personaggio sta tramando alle sue spalle per danneggiarlo, sarà una svolta che scopriremo solo a fatto compiuto.
I tempi di narrazione possono essere presente, quindi i fatti accadono via via che procede la storia, oppure passato, come se il protagonista ci stesse raccontando oggi eventi successi tempo addietro.
- Prima persona multipla
Il più frequente è un PoV doppio, dove, a capitoli alterni, si switcha da un personaggio all’altro (esempio, uno narrato dal PoV di Lei, e quello successivo narrato dal PoV di Lui); ma vi sono molti romanzi in cui i PoV possono essere tanti quanti i personaggi della storia. Il PoV doppio funziona quando i due personaggi contribuiscono al 50-50 allo sviluppo della trama in modo attivo e, soprattutto, quando entrambi compaiono nella storia dall’inizio, avendo quasi scene concomitanti.
Si tenga presente che, più aumentano i PoV, più aumentano le informazioni che si danno al lettore, quindi aumenta il rischio di contraddirsi.
Con il PoV multiplo l’autore e il lettore hanno accesso a tutte le informazioni di tutti i personaggi, e questo può ridurre l’impatto dei plot twist. Esempio: se scrivessi una storia con doppio PoV di moglie e marito, se lui la tradisce, sarà un segreto di cui si verrà subito a conoscenza, quindi quando la moglie lo scoprirà, per lei sarà una sorpresa ma non per chi legge.
- Prima persona esterna
In questo caso, chi narra non è il protagonista delle vicende, ma un osservatore, tipo il migliore amico o il vicino. Un esempio di questo PoV è Il Grande Gatsby, in cui la storia è raccontata da Nick Carraway, vicino di Gatsby.
In questo caso non abbiamo immedesimazione e la narrazione è depurata dall’autoindulgenza che affligge i PoV in prima persona interna, dove il protagonista ci dà una visione parziale della storia.
- Prima interna + prima esterna
Si possono combinare questi due PoV quando il protagonista narra la sua vicenda in prima persona, poi racconta (in altri capitoli) le vicende dei suoi amici. Faccio un esempio pratico non letterario: Sex & the City. Carrie è la protagonista e narratrice della sua storia personale, ma occasionalmente ci racconta anche di ciò che succede a Miranda, Charlotte e Samantha con la sua voce.
- Terza persona singola
Il narratore è un personaggio esterno alla vicenda, il tempo di narrazione può essere al presente o al passato (a fatti già avvenuti). In questo caso si può scegliere quali informazioni dare al lettore e quali nascondere a seconda di come si vogliono gestire i colpi di scena.
Questo narratore (come se fosse una mosca) può decidere di seguire solo un personaggio o tutti per raccontare appunto scene chiave, che diano al lettore le informazioni che servono a far progredire la storia. Io ho usato questo narratore per Una Cenerentola a Manhattan (link scheda romanzo), concentrandomi soprattutto sulle vicende della protagonista, ma spostandomi, all’occorrenza, sugli altri personaggi (quindi abbiamo il focus su Jesse, a volte su Mathilda, su Deva e su Karl).
Perciò, quando mi viene chiesto perché non scrivo tutti i miei romanzi con il doppio PoV, la risposta è questa: il narratore si sceglie per gestire e dosare le informazioni contenute nella storia.
Può capitare di scrivere un romanzo in PoV in terza e poi accorgersi che non funziona e riscriverlo in prima; quindi, per evitare questo lavoraccio, è bene riflettere in partenza su quale PoV sia più adatto alla storia e, anche in questo caso, avere la sinossi già pronta aiuta tantissimo nel prendere la decisione più giusta.
Ma quanto dev’essere lungo un romanzo?
Questa domanda mi viene posta spesso.
Si tratta di un aspetto puramente tecnico che però ha una risposta, molto spesso, astratta, cioè: un romanzo non ha una lunghezza standard.
Di solito, ricevere questa risposta, per quanto giusta, mette più in crisi di prima.
Però, questo astrattismo ha un motivo di fondo insindacabile.
Se ci fosse un numero limite massimo di pagine, poniamo 500, un capolavoro come Guerra e pace non avrebbe mai visto la luce; idem se esistesse un tassativo numero minimo di pagine, tipo 200, Hemingway avrebbe dovuto buttare Il vecchio e il mare nel cestino.
Detto questo, a titolo totalmente indicativo, giusto per orientarsi e avere una bussola, ecco alcuni riferimenti.
La prima cosa da sapere è che in editoria l’unità di misura della lunghezza di un romanzo non sono le pagine.
Il motivo è che queste variano in base alla formattazione del testo, ovvero: margini più o meno ampi, interlinea più o meno stretto, caratteri più o meno grandi. Le pagine, dunque, non sono una quantità affidabile. Cambiando questi parametri lo stesso testo potrebbe risultare di 200 pagine come di 600.
In editoria, perciò, si usano le battute o il numero di cartelle.
Le battute sono tutti i caratteri digitati (tutte le lettere, per capirci) inclusi gli spazi.
Dicendo a un editor che il proprio romanzo è composto da cinquecentomila battute, capirà subito di che lunghezza si sta parlando.
Io uso anche il numero di parole, che è un dato leggermente più impreciso ma egualmente funzionale.
Numero parole e numero battute sono due dati facilmente reperibili in tutti i programmi di scrittura che potreste utilizzare, mentre le cartelle sono un dato ricavato.
Una cartella editoriale contiene 1800 battute, questo vuol dire che per sapere da quante cartelle è composto il proprio romanzo, bisogna prendere il numero di battute totale, spazi inclusi, e dividerlo per 1800.
Esempio: se un romanzo conta di 486.000 battute, spazi inclusi, per ricavare il numero di cartelle basterà fare questa divisione: 486.000 /1800 = 270 cartelle editoriali.
Ecco ora questi famosi parametri indicativi (sottolineo e ripeto, indicativi) che possono servire per capire quanto può essere lungo un progetto editoriale appartenente alla categoria narrativa fiction:
- Racconto: dalle 30.000 alle 150.000 battute circa
- Novella o romanzo breve: dalle 180.000 alle 350.000 battute circa
- Romanzo: oltre le 360.000 battute circa
Non entro nel merito di saggistica, biografie, poesia e teatro perché su di essi non ho le competenze per esprimermi.
“Ma se il mio romanzo è di 120.000 battute?”, va bene lo stesso, i numeri che ho scritto sono indicativi, il che vuol dire che c’è ampio margine per muoversi al di fuori di questi.
Ricordiamoci che esistono romanzi brevi ma estremamente intensi, tuttavia dobbiamo solo verificare che ciò che si è raccontato sia completo e non necessiti di ulteriori approfondimenti.
Se il romanzo è invece tre milioni di battute le opzioni sono due: tagliare o suddividere.
Nel primo caso, la soluzione è tagliare quando o si è raccontato troppo, anche ciò che non era necessario, oppure ripetuto mille volte gli stessi concetti, inserito passaggi inutili e allungamenti di brodo. Ripulire il romanzo è necessario affinché resti solo ciò che è funzionale alla trama.
Se invece sono due milioni di battute importantissime perché nel romanzo succedono un sacco di cose, allora è il caso di valutare di dividerlo in più volumi e farne una dilogia oppure una saga.
Queste valutazioni, tuttavia, sono difficili da fare da soli, confrontarsi con un editor professionista sarebbe la scelta migliore per capire come operare sul testo.
Scrivere è un lavoro di montaggio e smontaggio continuo, spesso frustrante, ma come ho già detto, se fosse facile, lo farebbero tutti.
Come uscire dal blocco dello scrittore?
Forse non sono la persona giusta per rispondere perché io credo che il blocco dello scrittore non esista.
O meglio, credo che chiamarlo “blocco” sia una facile generalizzazione, per di più inutilmente drammatica. Anche io mi sono trovata a fissare il cursore lampeggiante sullo schermo senza avere idea di cosa digitare, ma non ho mai pensato di essere in blocco.
I motivi per cui non si scrive sono diversi, ma hanno tutti una soluzione. Queste sono le mie, quando mi trovo in difficoltà.
- Non si ha voglia di scrivere.
La scrittura è un atto creativo, non la si esercita a comando. Possono passare giorni o settimane senza che io scriva una riga ma questo perché può capitare di non avere voglia. E a quel punto faccio altro, senza flagellarmi inutilmente. Certo, nel momento in cui la scrittura è diventata per un’occupazione professionale e ho delle scadenze da rispettare, questa voglia di scrivere provo ad addomesticarla, anche nel rispetto delle persone con cui collaboro.
- L’idea per la storia, in realtà non è un’idea. Magari mi attiravano solo delle vibes tipo “Vorrei ambientarla a Natale”, oppure manca il conflitto. E a questo punto – se non l’ho già fatto – provo a scrivere la sinossi per vedere quanto la mia idea regge. Se la sinossi proprio non sta in piedi ed è un colabrodo vuol dire che, in un gesto di estrema umiltà, è il caso di accantonare quella storia e passare ad altro.
- L’idea per la storia è buona, la sinossi verifica la solidità della trama ma sono a un punto in cui non riesco a digitare una parola. Questo di solito accade perché in ciò che ho scritto c’è un errore. Un nodo che è arrivato al pettine. La soluzione che adotto è fermarmi, lasciar trascorrere un po’ di tempo così da “dimenticare” cosa ho scritto e poi rileggere da capo. Di solito trovo il bastone che si è infilato nelle mie ruote creative (una volta ho scelto il PoV sbagliato, dunque ho dovuto riscrivere tutto con il PoV giusto; altre volte può essere un personaggio di troppo, il setting errato…). Aggiustato l’errore, la scrittura riprende sciolta.
Scene spicy: 9 consigli per scriverle
Le scene spicy, quelle hot, quelle bollenti. Quelle in cui si scatena la passione sfrenata.
Ci sono autori che hanno una predisposizione naturale, che sfornano capolavori erotici uno via l’altro, le scene fluiscono con la stessa naturalezza con cui respirano, poi ci sono quelli… come me.
Scrivendo romance, prima o poi mi ritrovo con la mia coppia innamorata che viene… al sodo. Agli inizi mi trovavo in difficoltà, ma via via ho sviluppato alcuni trucchi da mettere in pratica per agevolare la stesura.
Si può avere esperienza personale a cui attingere, oppure no, ma comunque non basta. La scena erotica deve funzionare, chi legge deve sentirsi coinvolto, non avere la sensazione di essere davanti a un manuale di biologia, quindi la bravura dell’autore sta nel creare la magia. Attenzione, non sto dicendo di imitarmi, ma che semplicemente questi stratagemmi funzionano per me.
- Cin-cin: allentare i freni inibitori serve per mettere a tacere la naturale ipercriticità che mi accompagna inesorabile quando scrivo, dunque un calice di Franciacorta o un bicchiere di spritz al mirto mi aiutano. Non sto dicendo che mi ubriaco, anzi, devo essere comunque vigile per tenere sotto controllo la storia, ma dopo un brindisino almeno riesco a zittire la vocina della mia razionalità per un’oretta. Preferisco scrivere le scene spicy nel tardo pomeriggio, così da approfittare della scusa dell’aperitivo.
- Colonna sonora: la musica aiuta a farsi trasportare e la colonna sonora giusta contribuisce a creare l’atmosfera che scalda la situazione. La colonna sonora varia a seconda del sesso di cui sto scrivendo: c’è il sesso romantico, il sesso selvaggio, il sesso rabbioso, il sesso dell’addio, il sesso tra sconosciuti, e – ebbene sì – il sesso estremo.
Ogni occasione ha il suo vestito e ogni sesso le sue canzoni, crearsi una playlist ad hoc può aiutare. - Meglio soli: sì, quando scrivo una scena di sesso non avere nessun elemento di disturbo intorno è meglio. Più si è più raccolti con sé stessi e si può stare “dentro” la propria testa. Suggerisco di chiudere la porta e spegnere il telefono. A volte mi è capitato di ricevere una telefonata di mia madre proprio nel mezzo della stesura e… Ecco, fine della magia. Un pubblico che assiste alla scrittura della scena erotica è la morte della sensualità.
- Documentarsi: cosa intendo? Forse qualcuno non concorderà, ma anche per il sesso ci sono fonti di ispirazione. Queste possono essere i siti per adulti. Già, a mali estremi, quando anche l’immaginazione è bloccata, una sbirciata ai professionisti del settore può essere d’aiuto. Certo, trovare un video che sia romantico e non ruoti interamente intorno al piacere maschile è difficile, ma con un po’ di ricerca si arriva anche al romanticismo.
- Non editare: scrivo la scena erotica di getto, senza tornare indietro sui miei passi, a cancellare o riscrivere, cambiare parole, girare le frasi… Meglio lasciare sedimentare la scena e fare l’editing dopo un po’ di tempo.
- Dialoghi: è raro che durante il sesso tutto avvenga nel silenzio più totale. Qualche bisbiglio o sussurro ci sarà. Certo, magari non parleranno del meteo o dell’andamento del mercato finanziario, ma occhio al dirty talk. La volgarità è dietro l’angolo e i protagonisti devono restare nel personaggio, non cambiare completamente carattere.
- Preliminari: a meno che quel passo del romanzo non richieda una sveltina, conviene spendere un po’ di tempo sui preliminari tra i due personaggi per far partecipare il lettore al build updella tensione sessuale.
- Contare le mani: “Luke affondò la mano destra nei suo capelli setosi, mentre con la sinistra le strinse il seno e con l’altra il sedere”. Io qui conto tre mani, se la matematica non è un’opinione. Ecco, quando vado a rileggere e correggere la scena verifico il numero di mani pro-capite, che tutte le componenti anatomiche siano al posto giusto e che le posizioni prese dai personaggi non siano eseguibili solo da acrobati e contorsionisti professionisti. Ok, che lo yoga rende flessibili…
- Prendersi cura di sé: sentirsi sexy aiuta a scrivere una scena sensuale. Come? Indossando l’intimo più provocante che si possiede, infilando i tacchi delle occasioni speciali, truccandosi, spruzzandosi profumo e accendendo le candele. La autostima ringrazierà dando una mano nella scrittura.
BONUS: il sesso non è nulla senza il desiderio. Si può scrivere anche la scena di sesso perfetta, ma essa non avrà alcun effetto su chi legge e presto se la scorderà se prima non è anticipata da una sudatissima tensione. Si può scrivere un bellissimo romanzo pieno di tensione erotica senza mezza riga di scena esplicita, ma è molto difficile il contrario. Per arrivare a quel letto (o qualsiasi altra superficie abbiano scelto i protagonisti come appoggio per il loro amplesso) bisogna tirare la corda fino all’estremo, quasi da spingere chi legge sull’orlo delle lacrime di disperazione. La scena spicy va guadagnata. E una bella tensione semplifica il lavoro della scrittura della scena spicy di un buon 80%.
Self-publishing: un editor serve proprio?
La risposta è breve: sì.
Il romanzo va editato prima della pubblicazione. SEMPRE. E da un professionista, aggiungerei. Vale sempre la pena migliorare il proprio lavoro.
Aver fatto il controllo grammaticale automatico con Word non è sufficiente. Anche perché, attenzione, editing non significa mettere a posto un tempo verbale, una virgola o un accento. Questo rientra nella correzione di bozze, l’editing è tutt’altra cosa.
Anche averlo fatto leggere a quella nostra amica che a scuola nei temi era brava non è editing.
L’editor non è solo una persona brava in italiano (competenza che comunque dovrebbe possedere anche lo scrittore), è un esperto di lavoro sul testo, quindi analizza il romanzo non solo dal punto di vista della correttezza formale ma si concentra sulla struttura della storia, sulla coerenza dei personaggi, sugli effetti che le loro azioni possono sortire sui lettori, sui meccanismi narrativi… tutte cose che noi autori non possiamo fare da soli. Perché? Perché non siamo obiettivi, proviamo un attaccamento al testo che ci impedisce di vederne tutti i difetti.
Un editor che, dopo aver letto il nostro romanzo, ci dice: “Bello, ottimo lavoro, perfetto”, senza farci critiche, non è un buon editor. L’editor deve trovare tutti gli aghi nel pagliaio. Un buon indicatore di un editing fatto a regola d’arte è se, dopo aver letto la scheda di lettura e le sue note – o dopo averci parlato al telefono – ci si ritrova in lacrime. Scherzo. Forse.
Non di rado, tutte le correzioni strutturali di un editor possono condurre a una riscrittura parziale o totale del romanzo. Si tratta di segnalazioni tipo: inizio lento (se l’azione parte al capitolo 6, vuol dire che ci sono 5 capitoli di troppo); personaggi incoerenti (che dicono cose o compiono azioni non in linea con la loro caratterizzazione); personaggi o capitoli riempitivi (che vanno tolti); finali che non chiudono tutti i cerchi e lasciano il lettore senza tutte le risposte; dialoghi stereotipati e artefatti; voci narranti troppo simili tra loro o non convincenti; salti temporali confusionari, etc.
Molte persone evitano di rivolgersi a un editor proprio perché sono spaventate all’idea di dover rimettere mano al proprio lavoro… ma nessun lavoro è perfetto, men che meno un romanzo alla sua prima stesura, o alla seconda.
Un romanzo non editato è spesso pieno di ingenuità che a un certo punto nauseano il lettore e si corre il rischio che lo abbandoni a metà. Ecco, per evitare questo, bisogna sottoporre ciò che si è scritto al microscopio dell’editor.
L’editor professionista, a meno che non si tratti di quello della casa editrice che pubblicherà il romanzo, costa. Questa è un’altra brutta notizia, ma se si aspira a fare della scrittura il proprio lavoro, è saggio investire nel proprio progetto.
Se invece non c’è ambizione professionale e lo si fa così, per puro hobby e gioco, allora possiamo anche tagliare sulle spese e arrangiarci home made.
Dipende sempre da dove si vuole provare ad arrivare.
Il mio consiglio però è, nel momento in cui si decide di avvalersi di un editor, di non respingere le sue correzioni, prendendole per offese personali, al grido di: “Non capisci la mia arte, il mio romanzo è perfetto così”. Peggio di un autore che non edita, c’è solo un autore arrogante che non accetta suggerimenti.
Come capire se il tuo romanzo è buono o no?
Anche in questo caso, la risposta è semplice ma antipatica: serve tempo.
Quando si mette l’ultimo punto, dopo l’ultima parola dell’ultima pagina, si pensa: “Ho finito il romanzo”.
No, si è solo finita la stesura della prima bozza.
È ancora un cantiere in essere, dove tutto si può trasformare. L’azione più corretta che si può fare è salvare il file, archiviarlo in una cartella e aspettare. Far passare tempo, settimane, mesi. Un anno. Ci si scorda di quel romanzo, cancellandolo dalla memoria. Si può scrivere un nuovo romanzo, per esempio.
Una volta fatta tabula rasa, riacquistato obiettività e distacco emotivo da quella storia, si è pronti a riprenderla in mano.
So che questo è il consiglio più scomodo per ogni autore all’esordio, che morde il freno per pubblicare o proporsi alle case editrici, ma è la schietta verità.
Quella prima bozza ha sicuramente delle falle; sarà superficiale là dove dovrebbe essere approfondita e prolissa dove non serve. Ci sono personaggi inutili, altri che compiono azioni fuori asse, battute che non fanno ridere, scene prevedibili, capitoli che non servono, domande che rimangono senza risposta.
L’unico modo per notare queste storture, oltre all’esperienza, è proprio far trascorrere tempo.
Nessuno dei miei romanzi è stato pubblicato alla prima stesura, quindi so bene di cosa parlo, è una frustrazione che conosco.
Il problema è che, appena finita la prima bozza, si è troppo innamorati del proprio lavoro per accettare critiche da altri o farci autocritica da soli. Sembra tutto perfetto, intoccabile, scolpito sulla pietra.
Con il giusto distacco, dopo magari cinque mesi, nel riprendere in mano il romanzo si vedrà da soli cosa non funziona, picchiandosi la mano in fronte davanti a certe ingenuità.
E dopo altri quattro mesi, emergeranno altri errori.
Hemingway diceva: “Scrivi da ubriaco, edita da sobrio”, ma questo non ha letteralmente a che fare con l’alcool: significa che la scrittura creativa è paragonabile all’ebbrezza da vino, è entusiasmo, è sfrenata e istintiva; la revisione, invece, è un intervento che si fa a sangue freddo, con distacco emotivo dal testo.
Lasciare passare il tempo è l’unico modo per rispettare il proprio lavoro, la fretta è sinonimo di vanità, mentre quando si lavora ci vuole umiltà.
Solo dopo si può capire se ciò che si è scritto è buono o fa schifo.
P.S. La revisione personale non esonera dall’editing, di cui parlo più estensivamente nel capitolo dedicato.
Esordio: meglio romanzo autoconclusivo o saga?
La risposta è: dipende. Entrambi hanno i loro pro e i loro contro, dunque sta al singolo autore decidere.
Aldilà del contenuto, della bellezza della storia, quella qualità narrativa, provo ad analizzare la questione autoconclusivo/saga sotto una luce puramente commerciale.
Le saghe possono essere composte da 2-3-4-X libri, con la storia che inizia nel primo e termina nel X-esimo; ogni volume si conclude lasciando delle questioni in sospeso e vanno letti strettamente nell’ordine di pubblicazione.
L’autoconclusivo (o stand-alone) è un romanzo indipendente, con una storia che inizia e finisce nello stesso libro. Possiamo considerarlo, metaforicamente parlando, un figlio unico.
Pro e contro della saga.
In termini di mercato, una saga il cui primo volume riscuote un grande successo, si assicura un affezionato seguito che sostiene anche l’uscita dei volumi successivi e più dura, più rappresenta una sicurezza e una continuità di vendite, sia per l’editore che per l’autore. L’affetto e l’attaccamento che i lettori sviluppano verso i personaggi o quel mondo narrativo, diventano la vera forza dell’opera. Poi, chiaramente, una saga ben riuscita può ampliarsi mediante prequel e spin-off o sequel con seconde generazioni.
A un grandissimo pro, corrisponde un grandissimo contro: scrivere una saga di grande successo è molto difficile, e se anziché andare bene, il primo volume va così-così, invece di acquisire nuovi lettori, con le uscite successive si rischia di perderne. Oltretutto il progetto di una saga va pensato prima di scriverla, per sapere come distribuirla nei vari volumi, che cliffhanger inserire, etc., altrimenti una saga non pianificata rischia di diventare solo una serie di brodi allungati. Inoltre, andrebbe pubblicata a stretto giro, onde evitare di essere dimenticata dal pubblico.
Se non si è pianificatori nel DNA o veloci a scrivere, forse non è il caso di esordire con una saga.
Pro e contro dei romanzi autoconclusivi.
Sia che si tratti di pubblicare con casa editrice che self, il romanzo stand-alone dà molta libertà all’autore, e ha un procedimento in termini di stesura molto più breve.
Lo stand-alone ha un tasso di rischio più basso rispetto alla saga perché, se il romanzo non venisse ben accolto, la pubblicazione successiva – autonoma e scollegata – potrebbe essere una valida ripartenza. Un lettore deluso potrebbe comunque dare una seconda chance a una nuova storia, ma probabilmente non lo farebbe con il secondo volume di una saga di cui non ha apprezzato il primo libro.
Certo, ogni nuova uscita è una scommessa e ci si può prendere tutto il tempo necessario tra un libro e l’altro, ma non troppo però, perché se il primo romanzo è piaciuto, i lettori saranno desiderosi di leggerne un altro.
Ci sono autori che hanno raggiunto grande successo con una saga e i cui autoconclusivi sono stati meno apprezzati, altri autori che sono diventati famosi grazie a romanzi stand-alone, dunque nessuna scelta è assolutamente giusta o sbagliata, ma è preferibile riflettere su tutti gli scenari per poi fare le opportune valutazioni, tenendo presente che a comandare sarà sempre l’idea della storia.
Sequel o non sequel, questo è il dilemma?
Prima facciamo chiarezza su un po’ di lessico editoriale.
- Un sequel è il seguito di una storia già narrata in un romanzo (lo si potrebbe chiamare “romanzo madre”), e risponde alla domanda: “Cosa succede dopo?”.
- Un prequel, invece, è il contrario; i fatti narrati avvengono prima di quelli descritti nel romanzo madre; l’autore risponde a: “Cosa è successo prima?”.
- Uno spin-off sviluppa la storia di uno dei personaggi secondari comparsi nel romanzo madre, in un’opera autonoma. Lo spin-off si presta anche a essere combinato alla tipologia prequel o sequel, ovvero la storia di questo personaggio si sviluppa nel futuro rispetto al romanzo madre o nel passato (qui si parla di cross-over).
- Reboot: storia narrata nel romanzo madre, ma riscritta e raccontata dal punto di vista di un altro dei personaggi (tipo Grey, che è la storia di Cinquanta sfumature di grigio, ma narrata dal PoV di Christian).
- Serie: catena di libri la cui trama principale si esaurisce in un unico volume ma sono tutti caratterizzati dalla presenza dello stesso personaggio. Tipo le serie sull’investigatore Rossi, in cui in ogni libro si risolve un’indagine.
Quando un romanzo viene apprezzato, spesso gli autori si chiedono se sia il caso di scrivere il seguito.
Dipende. Anche qui, bisogna porsi dei quesiti: nella storia sono rimasti aspetti interessanti da raccontare? Ciò che si andrà a scrivere non andrà in contraddizione con quanto affermato nel primo romanzo?
Credo che si debba riflettere bene perché, a differenza del primo romanzo, il suo seguito andrà irrimediabilmente a scontrarsi con le aspettative dei lettori, che sono affezionati alla storia.
Confesso che io non sono un’amante dei sequel, questo perché da lettrice sono rimasta delusa più di una volta: tanto ho amato il romanzo principale, tanto ho odiato i seguiti.
Sono giunta a una conclusione: fantasticare sul finale è un diritto del lettore. È vero che una volta finito un libro che ho amato ne vorrei di più, ma nella mia testa ricamo sulla storia con la mia fantasia: il seguito me lo sogno un po’ come mi piace. Se poi arriva il sequel e il contenuto non corrisponde alla mia fantasia?
Credo che molti vorrebbero sapere cosa è accaduto a Pemberley dopo che Lizzie è diventata la signora Darcy, con carrozze più belle di Jane e una rendita di diecimila sterline l’anno, ma Jane Austen ha saggiamente lasciato ai lettori il finale.
La cover del romanzo
Un libro non andrebbe mai giudicato dalla copertina, ma una copertina che colpisce l’occhio del lettore è essenziale a creare interesse.
È un po’ la carta d’identità del romanzo, e attraverso quella, si veicolano diverse informazioni fondamentali sulla storia che il volume contiene.
Al di là delle scelte grafiche, che dipendono strettamente da gusto personale (disegno artistico, illustrazione digitale, fotografia…), ci sono dei principi di composizione da tenere a mente in modo che la cover non sia solo bella, ma efficace.
- Palette: ai colori sono associate emozioni, dunque si pensi quali suscita la propria storia e si scelgano le sfumature più idonee. Ci si assicuri che tutti i colori scelti stiano bene tra loro; si facciano delle prove di abbinamento, di contrasto, di intensità, così da scegliere una combinazione armoniosa. Mettere insieme colori tra loro discordi può essere visivamente fastidioso.
- Il soggetto: definire quale sarà il vertice dell’attenzione sulla cover. Un’immagine? Solo il titolo? Un insieme di elementi simbolici? Una scena tratta dal romanzo? Qualunque si scelga, sarà ciò che al lettore resterà impresso e che indentificherà col romanzo.
- La promessa: la cover darà delle suggestioni ai lettori, e queste suggestioni alimenteranno aspettative che è dovere della storia soddisfare. Esempio: anni fa, per uno dei miei primissimi romanzi mi fu proposta un’immagine di copertina molto bella, romantica, con una ragazza che pattinava sul ghiaccio. Esteticamente gradevole, tuttavia il problema era che non solo il romanzo non era ambientato in inverno, ma nessuno dei personaggi pattinava (né sul ghiaccio, né altrove).
- Poco testo: titolo e nome autore sono le uniche due scritte davvero importanti sulla cover, è bene non disorientare il lettore con altri mille strilli, sottotitoli, sottotitoli dei sottotitoli.
- Caratteri leggibili: quando si scelgono i font da utilizzare, verificare che il titolo sia di immediata comprensione e che nessuna lettera possa essere scambiata per un’altra (una A che sembra una O, una G che sembra una P). Il corsivo, per quanto elegante, è il font più rischioso, quindi meglio evitarlo, specie se il titolo è molto lungo.
- Usare pochi font: una cover in cui ogni testo è scritto con un font diverso risulta chiassosa, ridondante e confusionaria, contrastando quello che è il principio fondante della chiarezza.
- Testi lineari: limitare la propria vena artistica evitando di deformare eccessivamente le scritte con curve, spirali, onde…
- Less is more: lasciare piccoli oggetti simbolici qua e là sulla cover come easter egg della storia è simpatico, ma non è necessario mettere proprio tutto.
- No all’autoreferenzialità: se si opta per una cover fotografica, si cerchi di resistere alla tentazione di mettere sé stessi come modelli.
- Fare un sondaggio: prima di fidarsi unicamente del proprio gusto, si sottoponga la cover al giudizio di più persone, così che diano feedback su aspetti da correggere o cambiare.
Social: autopromozione o autodistruzione?
Per quanto riguarda la mia esperienza personale, per promuovere il proprio romanzo usare i social è necessario. Cosa pubblicare? In realtà, è meglio cominciare chiedendosi: “Cosa mi piace vedere nei profili di altri autori?”. Infatti, anche l’uso dei social è ricollegabile al discorso studio. Prima di aprirsi un profilo e pubblicare tutto ciò che passa per la testa, si studino i profili di altri autori, italiani e non, si scopra cosa si apprezza e cosa no, così da comprendere quali contenuti riproporre, oppure evitare.
Al momento i social sono una vetrina pressoché indispensabile, attraverso cui vengono fatti annunci, lanciati preordini, divulgate informazioni circa eventi e firmacopie, dunque curare il profilo vuol dire prendersi cura anche dei propri libri.
Su cosa riflettere:
- Il nome del proprio account: bisognerà che rispecchi il nome autore con cui si pubblicano i propri libri, perché poi è quel nome che lettori e lettrici cercheranno sulle piattaforme. Più è semplice e immediato, meglio è, evitando numeri o caratteri speciali che possano rendere più complessa la ricerca. Aggiungere “author/autore/autrice/official” solo se il nostro nome è già stato preso da qualcun altro.
- La foto profilo: dipende se si vuole svelare il proprio volto o no. Nel primo caso, una propria foto è sempre la strada migliore (non è necessario che sia seria, stile curriculum), ma aiuta sempre ai fini della ricerca. Nel secondo caso, un ritratto illustrato o la cover del romanzo saranno ottime alternative. Deve essere comunque qualcosa che i lettori possano associare con immediatezza, dunque meglio evitare immagini troppo vaghe tipo tramonti sul mare, un piatto di amatriciana, etc.
- La bio: se pubblicati da un editore, citiamolo; si inserisca il titolo dell’ultimo romanzo uscito o di quello che sta per uscire (con data di pubblicazione accanto), magari indicando il genere che si scrive e qualche informazione personale simpatica per chiudere (io, per esempio, ho “Spritz al mirto lover”). Da non dimenticare l’inserimento del link per acquistare o preordinare l’ultima uscita.
- Post/video fissati: in cima al feed vanno pinnati i tre contenuti che comunicano le cose più importanti e da tenere in evidenza per chi viene a visitare il profilo, tipo l’uscita più recente e gli appuntamenti firmacopie.
- Il feed: da evitare le foto a mosaico composte da più post poiché frammentano l’informazione e disperdono le interazioni; caroselli che hanno sempre la stessa immagine principale; formati diversi da quello verticale; mille selfie; mille foto della propria cover; screenshot delle storie; immagini con i watermark.
- Le caption: la soglia dell’attenzione sui social si sta riducendo sempre di più, inoltre piattaforme come IG e TikTok lavorano per immagini e video, dunque sarà meglio evitare di scrivere caption lunghissime (a meno che non contengano informazioni di vitale importanza).
- Gli # (hashtag): ci sono varie teorie sul fatto che servano o non servano più, sicuramente però non servono gli # appartenenti a categorie che non rientrano nel tema del mondo dei libri. Esempio: se scrivessi un libro la cui protagonista fa l’organizzatrice di matrimoni, non metterò #wedding perché il mio contenuto finirebbe in una nicchia non pertinente.
- Frequenza: comprendo che è faticoso e che richieda una cospicua quantità di tempo e di energie, ma sarebbe bene restare attivi sui social sempre, non solo quando si ha un libro in uscita. Costruire una community significa interagire con i lettori e creare un legame che vada oltre la promozione dei propri libri. Bisogna provare, se si riesce, a essere disponibili a dare un pezzettino di noi, non comportandosi da “isola”, perché nessuno lo è.
- Bon ton: non spammarsi nei messaggi con invii copia incolla “Ciao, sono l’autore X, vuoi leggere il mio libro?”, non spammarsi nei commenti ai post di altri autori; non chiedere scambio di follow tipo “Ciao, ti ho seguito, segui me?”.
- La crescita organica è un processo lento e bisogna avere fiducia nel tempo. Non farsi ingolosire da proposte di acquisto pacchetti follower, per avere un numerone scritto in alto. I follower falsi sono solo una platea di poltrone vuote.
Ma come si traducono i bestseller?
Questa è una storia vera, anche se ha il sapore di uno spy movie, dunque è il caso di preparare i pop-corn e mettersi comodi.
È il marzo del 2013 e Carole Delporte, traduttrice francese di 37 anni, arriva a Milano per un lavoro ottenuto dopo una selezione accurata. Nessuno, a parte marito e figlie, sa dove sia andata.
Dopo aver fatto il check-in nel suo hotel, Carole si reca in un imponente edificio modernista alla periferia della città. Qui la scortano nel seminterrato, dove due guardie di sicurezza le chiudono il telefono e la borsa in un armadietto custodito. Entra quindi in una grande stanza dove altre dieci persone provenienti da sei paesi diversi stanno scrivendo a testa bassa.
Chi sono? Agenti segreti? Lavorano per il governo? Si tratta di segreti di stato?
No. Ma è un lavoro che vale centinaia di milioni di euro.
Per i due mesi successivi, Carole lavorerà in totale segretezza alla traduzione di Inferno, il quarto romanzo con protagonista il professor Robert Langdon, allora inedito, di Dan Brown.
Il suo Il Codice Da Vinci è uno dei libri più venduti di tutti i tempi, e in Inferno Langdon avrà l’arduo compito di fermare un tentativo terroristico di provocare una pandemia letale.
Gli undici traduttori nel bunker milanese hanno un solo lavoro: tradurre Inferno nelle rispettive lingue per garantire la pubblicazione simultanea del romanzo in tutto il mondo.
Il luogo segreto in cui sta avvenendo tutto questo è niente meno che la sede del Gruppo Mondadori, nell’emblematico edificio progettato dall’architetto brasiliano Oscar Niemeyer.
È necessario fare un lavoro di altissimo livello perché il romanzo verrà letto da milioni di persone.
La sala conferenze è dotata di macchina per il caffè, frigorifero, forno a microonde e stampante. Nonostante sia un seminterrato, due grandi finestre forniscono un po’ di luce naturale e su ogni scrivania c’è una bandierina che indica le varie lingue dei traduttori al lavoro: spagnolo, italiano, francese, tedesco, portoghese e catalano.
Le tremila pagine di manoscritto vengono affrontate da alcuni individualmente e da altri in coppia, ma quel che è certo è che la competenza linguistica non basta, serve anche una grande forza psicologica.
Ma perché questa mobilitazione strategica?
Semplice: evitare una perdita catastrofica.
Nel 2008, l’autrice di Twilight Stephenie Meyer ha dovuto cancellare il quinto libro della serie, Midnight Sun, dopo che una bozza incompiuta era circolata online. Questo ha comportato enormi perdite sia per lei che per tutto il comparto editoriale.
Nel caso della traduzione di Inferno, l’ingresso al bunker era sorvegliato da personale di sicurezza armato per tutto il giorno. I computer dei traduttori non dovevano uscire dalla stanza. Per effettuare ricerche online, i traduttori dovevano condividere altri quattro computer collegati a Internet tenuti sotto stretto controllo e prendere appunti a mano. Le loro copie cartacee del manoscritto originale in inglese, di notte, venivano chiuse in cassaforte. Anche le visite al bagno erano segnate su un registro dalla security.
Ai traduttori era vietato parlare con chiunque altro nella mensa, in particolare con i dipendenti Mondadori, poiché alcuni sono giornalisti. Insomma, qualunque cosa riguardante il libro di Brown non doveva uscire dal bunker.
In un angolo della stanza c’era una lavagna su cui scrivere le domande da trasmettere a Brown.
Questa specie di lockdown letterario, però, non stava avvenendo solo in Italia.
A Londra, nei seminterrati della Transworld Publisher, divisione di Penguin Random House, i traduttori olandesi, norvegesi, svedesi, danesi e turchi stavano vivendo la stessa esperienza.
Per assicurare il massimo della riservatezza, ai traduttori è stato fatto firmare un accordo che li vincolava al pagamento di una grossa penale nel caso in cui uno di loro si fosse lasciato sfuggire informazioni.
Alla fine, lo sforzo della squadra ha dato i suoi frutti. Quando a maggio Inferno esce, sano e salvo da leaks, vende oltre 50.000 copie in Italia nelle sue prime 24 ore.
L’operazione top secret concepita per Inferno è la prima nel suo genere. La traduzione dei precedenti romanzi di Brown è avvenuta dopo che l’edizione inglese era già stata pubblicata. Il simbolo perduto, l’attesissimo sequel de Il Codice Da Vinci, ha battuto i record delle vendite del primo giorno negli Stati Uniti, nel Regno Unito e in Canada, ma le prime traduzioni – italiano, spagnolo e francese – sono state pubblicate un mese dopo.
Una squadra di cinque persone aveva lavorato al massimo per completare la versione italiana de Il simbolo perduto in meno di due settimane, ma aver perso quindici giorni si è rivelato dannoso poiché alcuni lettori hanno acquistato il libro in inglese perché non potevano aspettare, con conseguente calo di vendite e fuga di spoiler.
Quando è stata annunciala la pubblicazione di Inferno, era ovvio che le edizioni europee dovevano essere lanciate contemporaneamente alla versione inglese, specie ora che acquistare un libro in inglese è facile e immediato, grazie agli e-commerce e agli eBook.
Nel 2017, gli editori hanno deciso di ripetere l’operazione per Origin, il quinto romanzo di Brown nella serie Robert Langdon.
Questa volta, 26 traduttori si sono riuniti a Barcellona, dove è ambientata una parte del romanzo. L’evento è stato organizzato da Grupo Planeta, il principale gruppo editoriale in Spagna e in America Latina, in una stanza senza finestre al quinto piano degli uffici della casa editrice, totalmente isolata e con l’aria condizionata sempre accesa.
In Spagna, Origin si è esaurito rapidamente e, dopo una tiratura iniziale di 600.000 copie, sia Mondadori che Planeta hanno annunciato la stampa di ulteriori 100.000 copie per soddisfare la domanda dei lettori.
Questa storia che ha dell’inverosimile è una straordinaria realtà, così unica e stupefacente che diventerà essa stessa un film: Les Traducteurs, del regista francese Régis Roinsard, racconta questa esperienza ma con il guaio che dieci pagine del romanzo (ribattezzato Dedalus) trapelano al pubblico e i traduttori combattono contro il tempo per trovare la talpa.
Ecco cosa accade dietro le segretissime quinte della pubblicazione di un bestseller internazionale.
Qui per leggere l’articolo originale (https://www.theguardian.com/books/2020/apr/30/dan-brown-origin-thriller-da-vinci-code-translation-les-traducteurs).
Fallimenti di autori famosi.
Il successo è come un iceberg: se ne scorge solo la punta, ma non si nota che sotto il pelo dell’acqua c’è un ammasso di fallimenti e fatica enormi. Scrivo questo così che sia d’incoraggiamento perché tutto il mondo fallisce, tutto il mondo non riesce al primo colpo, tutto il mondo sbaglia. Pure i migliori sbagliano.
Ecco tre casi di autori famosissimi che prima di diventare dei grandi dell’editoria, sono passati attraverso difficoltà e momenti che forse hanno fatto pensare loro che non ce l’avrebbero mai fatta.
- Helen Fielding.
La conosciamo come l’autrice dell’acclamatissimo Diario di Bridget Jones, bestseller internazionale, blockbuster sbanca-botteghino, capostipite del chick-lit anni Novanta.
Peccato che quasi nessuno conosca Cause Celeb, il primo romance della Fielding, ambientato in Africa.
La critica lo aveva accolto bene, il pubblico un po’ meno: le copie vendute furono pochissime.
L’esperienza sembrava aver messo la parola fine alla carriera dell’autrice nel mondo romance.
Al tempo faceva la giornalista e la testata londinese «The Indipendent» le aveva chiesto di scrivere un articolo relativo alla sua vita da single nella capitale inglese. Lei inizialmente rifiutò trovando l’idea poco consona e propose invece di farlo creando un personaggio immaginario comico in modo esagerato (Bridget). L’idea funzionò tanto da trovare un affezionato seguito e il suo editore le propose di usare gli articoli per costruirne un romanzo. Proprio in quel periodo la BBC stava trasmettendo la miniserie tratta da Orgoglio e Pregiudizio (con Jennifer Ehle nei panni di Elizabeth Bennett e Colin Firth in quelli di Mr Darcy), così Helen Fielding decise di “adottare” la trama trasformare il suo romanzo in un retelling moderno dell’opera di Jane Austen. Così nacque Il diario di Bridget Jones. (qui il link dell’intervista all’autrice https://www.bbc.com/news/av/entertainment-arts-21204956)
- Ken Follett
Il suo curriculum non ha bisogno di presentazioni. Follett è un autore da 195 milioni di copie vendute nel mondo.
Questo oggi. La verità è che non ha sempre venduto milioni di copie.
Ken Follett faceva il giornalista e decise di iniziare a scrivere romanzi perché… aveva bisogno di denaro per aggiustare la sua macchina.
Era il 1974 e fu solo nel 1978 e ben undici romanzi dopo (sì, 11, avete letto bene) che raggiunse finalmente il successo con La cruna dell’ago.
Oggi, quale autore non si farebbe scoraggiare dopo undici romanzi senza riscontro? Ne bastano anche meno per decidere di appendere la penna al chiodo, abbattuti dalla frustrazione.
- Dan Brown
Nel 2003 il suo Il Codice Da Vinci ha sconvolto il mondo, ha fatto tremare il Vaticano, ha scombussolato i tribunali e non ha fatto chiudere occhio ai critici d’arte.
Da solo, Il Codice da Vinci ha venduto 81 milioni di copie.
Ma Dan Brown non nasce come autore di thriller storico-artistici, nossignori. Nasce come autore di… rullo di tamburi… ROMANCE.
In pochissimi sanno che nel 1995 egli pubblicò, sotto lo pseudonimo Danielle Brown (insospettabile), il rosa umoristico 187 uomini da evitare: guida di sopravvivenza per donne romanticamente frustrate.
Non ha avuto il successo sperato, ma Dan Brown non ha gettato la spugna. Ha pensato, però, che sarebbe stato meglio orientarsi verso un altro genere.
Ritenta con il thriller di spionaggio Crypto, ma anche quello viene accolto tiepidamente.
Lui stesso racconta che viaggiava con le copie cartacee nel bagagliaio della sua auto, come un venditore porta a porta, e che al suo primo firmacopie in libreria non si presentò nessuno. L’unica persona che si avvicinò al suo tavolo gli chiese dove fosse il bagno.
La tenacia di Dan gli impedisce di abbandonare ed è così che arriva l’idea per il personaggio di Robert Langdon il professore di simbologia di Harvard con il pallino per le indagini, che fa la sua prima comparsa nel romanzo Angeli e demoni (fatto curioso: prima della scrittura, Dan Brown aspirava a diventare musicista e nel 1994 incise un album dal titolo Angeli e demoni).
Segue La verità del ghiaccio, per poi far tornare Robert Langdon ne Il Codice Da Vinci. Quando il suo editore lo chiama per dirgli che è in testa alla classifica dei libri più venduti, quasi non ci crede.
Dovrà farci l’abitudine, perché da lì in avanti venderà 250 milioni di copie.
Come mai si chiamano romanzi rosa?
“Rosa” è il nome con cui si identifica il genere che abbraccia tutte le storie d’amore, sentimentali, più o meno erotiche, e romanzi al femminile.
Si tratta però di una nomenclatura tutta italiana, perché all’estero non c’è una traduzione equivalente. In U.K. non ci sono le pink novel, né i roman rose in Francia, o las novelas rosa in Spagna. La categorizzazione per colore è un’abitudine tutta italiana, proprio come per i romanzi gialli.
Ma da cosa deriva questo sistema cromatico?
Bisogna tornare indietro agli anni Trenta, quando Salani decise di ripubblicare una collana dal nome La biblioteca delle signorine, caratterizzata da storie romantiche che avevano la storia d’amore come motore centrale della trama. Erano gli anni di Liala e le storie sentimentali riscuotevano un crescente successo.
Questa collana si contraddistingueva proprio per le sue copertine tutte rosa, decorate con un cartiglio floreale dorato, che in breve divennero sinonimo del genere stesso, dando vita alla denominazione romanzo rosa giunta fino a noi. Del tutto simile è la dicitura romanzo giallo per tutte quelle storie che narrano di fatti di crimine e conseguenti indagini da risolvere. Mondadori, infatti, iniziò a pubblicare questo genere nel 1929 in una collana che prevedeva copertine tutte gialle.
Oggi si preferisce il termine “romance” che, seppur anglofono, definisce meglio il contenuto: ossia amore e sentimenti. Quel “rosa” purtroppo ha trascinato con sé la falsa convinzione che i romanzi che parlano di storie d’amore siano scritti solo da donne e destinati solo a lettrici, quando invece si tratta di libri per tutti, senza limiti e senza recinti.
Come affrontare un contratto editoriale?
Una volta terminato un romanzo, inviatolo a una casa editrice/agente letterario, che fare se arriva una proposta di contratto editoriale?
Questa è la mia breve esperienza e cosa ho imparato. Non entrerò nel merito dei miei contratti con Newton Compton Editori e dei dettagli relativi a essi, in quanto materia privata, ma mi rifarò a esperienze pregresse basate su contratti ricevuti e non firmati.
- Chiedere consulenza a un avvocato. Io sono architetto, quindi davanti al mio primo contratto editoriale non sapevo cosa guardare. Sì, l’avvocato costa, ma non c’è dubbio che costi di più ritrovarsi per anni legati a un contratto capestro che non restituisce alcun beneficio.
- Rileggere il contratto 20, 30, 40 volte con attenzione e segnandosi tutto ciò che non è chiaro o fa sorgere dubbi, in modo poi da confrontarsi con il proprio avvocato o l’ufficio legale della casa editrice, così da avere spiegazioni. (Bonus: la CE deve saper dare risposte chiare e specifiche a ogni dubbio che viene loro posto, se stanno sul vago o sembrano precipitosi, è il caso di allertarsi).
- Cosa deve esserci in un contratto: le % di royalties per ogni tipologia di edizione che verrà fatta del libro; % di royalties per i diritti sussidiari se vengono ceduti (diritti di traduzione, di trasposizione audiovisiva, etc.); la tiratura minima; la durata della cessione dei diritti del nostro libro; l’anticipo (se non previsto, si può chiederlo e discuterne); il patto d’opzione o prelazione (può esserci oppure no, a seconda della casa editrice).
- Cosa non deve esserci in un contratto: richiesta di contributi economici. Un editore serio non chiede all’autore di pagare niente; né deve avanzare alcuna richiesta di acquisto preventivo da parte dell’autore di un numero X di copie: non è l’autore che deve vendere, ma la CE.
Una volta chiariti questi punti, si può iniziare a ragionare sul resto, ma fino a questo momento è bene non farsi prendere dalla smania per firmare (e non farsi mettere fretta. Un editore serio non mette fretta ai propri autori su questioni tanto importanti).
