Il nostro primo capitolo - La novella di Summer e Blake (cap.5)


Summer
Il nostro matrimonio

«Mamma chiede se davvero i tuoi non si offendono se la cerimonia la facciamo da noi a Boston, anziché da loro in New Jersey».
«No, per la cinquantesima volta no», borbotta Blake da sopra il suo caffè.
«Scusa se te lo chiedo ma sto volontariamente offrendomi di fare da filtro tra la mia famiglia e la tua. Sappi che se mia madre trovasse in qualche modo il contatto diretto con la tua, sarebbe un’ecatombe».
«Hai ragione, scusa. No, per carità, se facessimo la cerimonia dai miei, mia madre sarebbe capace di trasformarla in un comizio contro… non lo so, qualsiasi cosa mia madre sia schierata contro quest’anno».
Io annego i miei dispiaceri in un matcha latte, mentre mia sorella mi intasa WhatsApp con foto di vestiti da sposa.
Le ho detto che lo strascico non lo voglio, che non sono Lady Diana, ma lei ha deciso che le sue figlie devono fare le paggette, e quindi mi trovo sommersa di immagini con abiti modello meringa.
Naturalmente non manca di aggiungere la staffilata: “Quando mi sono sposata ero più magra di te”.
Stronza.
«Mia madre chiede se preferiamo il coro di voci bianche o il quartetto d’archi», dico ancora, aprendo un suo nuovo messaggio.
«Quartetto d’archi? Non se ne parla neanche! L’ultima volta che ho sentito suonare un quartetto d’archi è stato in Titanic e da, quel che ricordo, non è finita benissimo».
«Dio! Eppure eravamo stati chiari: una cosa semplice e veloce», esclamo pensando ad alta voce.
Doveva essere una cosa semplice.
Era tutto partito come una cosa semplice. Blake non è uno da dichiarazioni sul megaschermo del Madison Square Garden e neanche io.
È accaduto una sera, una qualunque, in uno dei tanti momenti qualunque tra me e lui, quelli in cui facciamo gli stupidi, ma finiamo per dire sempre quello che pensiamo davvero.

«Non credo che ci sarà mai un’altra dopo di te. E neanche che ci sarà un “Dopo di te”», mi ha detto in cucina, mentre mettevamo via la spesa.
«Questa è una bella notizia», ho risposto io.
«No, invece. È una pessima notizia. Non voglio trovarmi tra trent’anni a chiamarti ancora “la mia ragazza”».
«Sarò la tua vecchietta».
«Secondo me, invece, “Mia moglie”, suona meglio».
Io ho mollato il cartone del latte e l’ho guardato scioccata. «Blake Avery, è una proposta, la tua?»
«Mi sa proprio di sì. E hai la prova che sia spontanea per il fatto che mi è uscita malissimo. E che non ho un anello».
«Non voglio niente di più della tua sincera spontaneità».
«È un sì?»
«È assolutamente un sì», ho risposto con la gola strozzata.
Lui si è guardato intorno poi ha pescato un sacchetto di patatine al formaggio, lo ha aperto e mi ha infilato al dito un anello dalla croccante doratura fritta.

Abbiamo deciso di dirlo alle nostre rispettive famiglie solo per ordinaria amministrazione, ma appena mia madre ha sentito la frase “Io e Blake ci sposiamo”, ha spianato le armi per organizzare una cerimonia con tanto di pompa magna.
Inutile dire che ora siamo molto, molto pentiti.
Pling, plong.
La voce metallica degli altoparlanti annuncia l’apertura del gate del nostro volo, così buttiamo nel secchio dell’immondizia i nostri bicchieri vuoti e ci accingiamo a passare i controlli di sicurezza.
Due giorni fa eravamo a Los Angeles, dove io sto seguendo le riprese di Hell-A, poi ho accompagnato Blake a una convention qui a Las Vegas e ora ripartiamo per Boston dove domani ci aspetta, purtroppo, il party di fidanzamento, sempre voluto da mia madre.
«Dimmi almeno che non dovrò mettermi lo smoking», sospira Blake stringendomi a lui, la mia schiena contro il suo petto, mentre attendiamo pazienti il progredire della fila verso il metal detector.
«Temo di sì. Ma sarà bello vedere mia madre svenire vedendoti in jeans strappati e camicia sbottonata».
«Ricordami perché lo facciamo?»
«Perché le coppie per bene di Boston danno sempre i party ufficiali di fidanzamento», dico imitando la voce stridula e petulante di mia madre. «Non sia mai che gli Hale ci rimettano la reputazione di famiglia perfetta».
«Ma noi non siamo una coppia per bene», mormora Blake al mio orecchio, con quel suo tono venato di malizia.
Io fermo le sue mani che hanno preso a muoversi su di me con troppa audacia per un luogo pubblico e guardo ancora il cellulare per leggere l’ennesimo messaggio di mia madre.
 “Tartine al salmone e voulevant alla crema di funghi, vanno bene?”
Lo cancello, scuotendo la testa sconsolata.
«Cos’è quella faccia?», mi domanda Blake baciandomi sulla tempia.
«Niente. Penso solo che se fossimo stati veramente furbi, ieri sera ci saremmo presentati in una cappella allestita come il set di un film porno anni ’80 e ci saremmo fatti sposare da un prete vestito da Elvis».
«Sicura?».
Io lo guardo stranita, non capendo ciò che vuole dire. «Perché?»
«Be’, perché siamo ancora in tempo».
«Sei… sei serio?»
«Mai stato più serio di così».
Guardo lui, poi guardo i nostri biglietti, e di nuovo lui.
Posso scegliere se diventare sua moglie oggi, o aspettare sei mesi, un abito a meringa, il coro di voci bianche e le tartine di salmone.
Lui, oggi, tutta la vita.
«Le strappi tu o le strappo io?», gli chiedo sventolando le nostre carte d’imbarco.

Un quarto d’ora dopo, un taxi ci lascia davanti a una qualsiasi delle cappelle color pastello dai decori kitch e le insegne luminose sul Las Vegas Boulevard.
«Puoi ancora ripensarci», mi dice Blake. «In fondo chi non vorrebbe il coro di voci bianche?».
In quel preciso istante mi arriva un altro messaggio di mia madre, con la foto dei campioni di stoffe per le tovaglie: bianco panna, bianco ghiaccio, bianco avorio? Non me ne potrebbe fregare di meno. «Voglio solo te».
«Allora non mi serve sapere altro».
A mia madre verrà un collasso.

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