Il nostro primo capitolo - La novella di Summer e Blake (cap.4)




Blake
La lettera che non dovevo scrivere

Io faccio schifo in tante cose, nella scrittura soprattutto. Questa ammissione potrebbe essere un suicidio professionale, ma è vero. A parte i miei romanzi, sono totalmente incapace di scrivere altro.
Eppure è a me che amici e conoscenti si rivolgono per consigli di scrittura su biglietti d’auguri, curriculum, lettere di presentazione, discorsi ai matrimoni, ah… Questa è bella!
Una volta ero al funerale di un lontanissimo parente, così lontano che neanche sapevo di averlo, ma per far contenta mia madre e non farle fare brutta figura ci sono andato.
Tra l’altro, non ero nemmeno nelle mie migliori condizioni, visto che la sera prima ero stato all’after-party dei Golden Globes, ma questa è un’altra storia.
Fatto sta che mi imbuco in un banco dell’ultima fila, con bavero alzato e occhiali calati sugli occhi, intenzionato ad andarmene il prima possibile.
Però, a metà della funzione, il pastore ha la brillante idea di chiedere ai convenuti se ci fosse qualcuno che volesse dire due parole sul caro estinto, proprio nell’istante in cui mi stavo alzando per andarmene, già con la sigaretta tra le labbra pronta da accendere.
Il tempismo non è mai stato il mio forte.
Immaginatevi la scena: cento paia teste, per un totale di duecento occhi, si voltano a fissarmi, una voce dalla massa si leva chiara e distinta dicendo: “Blake Avery, lo scrittore”.
Tutti avevano pensato che mi fossi offerto volontario.
A quel punto, dire: “Mi avete frainteso, io me ne stavo andando” non sarebbe stato molto simpatico (poi, chi la sente mia madre), così mi sono rimesso la sigaretta in tasca e sono salito sul pulpito davanti a quella pletora di piangenti in attesa di essere confortati dalle mie sagge parole sul senso della vita.
A parte “Era una gran brava persona”, e “Zio Luis mancherà a tutti”, non mi è uscito altro.
Inoltre, ho scoperto che Luis non era neanche mio zio, era un cugino di terzo grado del cognato di mia madre, ma per la legge dei grandi numeri, Luis sarà stato lo zio di qualcuno, quindi diciamo che per almeno una persona, quello che ho detto non è stato del tutto una cazzata.
Ma dove volevo arrivare con questa lunga digressione?
A dire che una volta ho scritto una lettera d’amore. Una sola. L’unica della mia vita.
A Summer.
Ero alla presentazione del mio ultimo libro e Summer non era potuta venire perché doveva seguire le riprese della seconda stagione di Hell-A, quindi era rimasta a Los Angeles, e la notte prima mi sono trovato in hotel senza nulla da fare.
Così, le ho scritto questa lettera. In realtà era solo una cosa per me, lei non avrebbe mai dovuto averla (come ho detto, faccio schifo a scrivere cose che non siano i miei romanzi, e tutto voglio sembrarle meno che patetico), solo che la mattina dopo chi ha rifatto la mia camera e l’ha trovata, deve aver pensato che avessi dimenticato la lettera lì e l’hotel si è gentilmente premurato di mandargliela (che sto con Summer Hale è una notizia alla portata di chiunque e la reception ha il nostro indirizzo di casa dai miei documenti).
Da quando le è arrivata, la tiene appesa incastrata per un angolo alla cornice dello specchio nella nostra camera da letto.
La rilegge ogni mattina e mi dà un bacio.
Io la rileggo ogni mattina e mi domando perché mi paghino tanto per quello che scrivo.

Summer,
non so se sai che odio i letti matrimoniali quando dentro non ci sei tu. E odio quando il giorno prima abbiamo litigato, come ieri. Per colpa mia. E perché ho iniziato io.
Sono un idiota e devo imparare ad ascoltare gli altri oltre che me stesso e il mio ego del cazzo.
Non so come fai a sopportarmi e sono certo al 99% che arriverà un giorno in cui ti stancherai, in cui ti domanderai “Chi me l’ha fatto fare?” e mi lascerai.
Io, però, spero in quell’1%.
La nostra non è una storia perfetta, soprattutto perché io non sono perfetto, so che tutto ciò che tocco diventa un casino, ma so anche che ogni secondo passato con te è di una bellezza assoluta.
Ti merito? Assolutamente no.
Mi meriti? Non mi augurerei neanche al mio peggior nemico.
Ma noi due, insieme, siamo di più delle liti, dei musi lunghi e delle giornate no.
Siamo la domenica mattina con il letto sfatto.
Siamo il gelato mangiato con un cucchiaino solo.
Siamo quell’ombrello rosso troppo piccolo che tieni in borsa per ogni emergenza e che ci costringe ad abbracciarci per non bagnarci mentre aspettiamo il taxi sulla Broadway.
Siamo MTV quando faceva ancora musica.
Siamo i cerotti alla nicotina che mi attacchi sul braccio ogni giorno da quando ho smesso (davvero, stavolta) di fumare.
Siamo le feste da cui ce ne andiamo dopo mezz’ora per tornare a casa a fare l’amore.
Siamo anche quelle feste in cui facciamo l’amore di nascosto nel guardaroba, con te che ti mordi le labbra per non urlare.
Siamo quei vocali su WhatsApp di venti minuti in cui parliamo male di tutto il mondo a parte noi due.
Siamo tutti quei “Stasera cinema?” e poi finiamo sdraiati sul divano, incastrati nei modi più improbabili con le tue mani fredde sotto la mia maglia e io che ti copro gli occhi ogni cinque minuti per vedere se sei sveglia o dormi.
Siamo tutte le volte che mi picchi credendo di farmi male e io che faccio finta di lamentarmi dal dolore solo per sentirti dire “Scusa, amore, non volevo” e farmi coccolare. Sì, mi approfitto dei tuoi sensi di colpa, ma sono convinto che, sotto sotto, tu lo sappia.
Siamo la frutta che mi sbucci tu perché altrimenti non la mangio.
Siamo quelle cene al ristorante in cui tu non prendi il dolce anche se lo vuoi, e io che lo prendo anche se non lo voglio e poi t’imploro di aiutarmi a finirlo e tu annuisci come se ti costasse chissà che sforzo, ma in realtà non vedevi l’ora.
Siamo quei sabati sera che, per non uscire con chi c’invita, ci inventiamo impegni inesistenti così possiamo stare a casa soli io e te.
Il restante 99% è un casino, ma nell’1% c’è tutto questo e spero che ti basti per scegliere ogni giorno di stare con me.
Anche oggi.
Anche domani.
E dopodomani.
Sempre.
Sei la parte migliore di me.

Blake

Prima o poi il mondo si accorgerà che non so scrivere, ma speriamo più poi che prima, altrimenti sono fottuto.

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