Il nostro primo capitolo - La novella di Summer e Blake (cap.3)



Summer
Come mi sono guadagnata una candidatura 
per gli Emmy Awards (Che fine ha fatto Dwight?!)

«Quindi tu non sei un commercialista? Questo vuol dire che, per tutti questi anni, hai fatto le mie dichiarazioni dei redditi senza la minima cognizione di causa?», esclama Blake sconvolto.
«Sì, cioè, no. Aspetta! Sono un commercialista, ma non faccio il commercialista. Non per davvero», spiega Dwight versando le patatine al bacon in una ciotola e spremendoci sopra la maionese. Da tempo ho capito che, per Dwight, il senso dell’ordine alimentare è un optional. Siamo a New York, nell’appartamento di Blake, nel Meatpacking (ho una parte di riprese da seguire qui), è giugno, l’aria è già soffocante e il condizionatore lavora a pieno ritmo.
Prima di arrivare al punto in cui Blake si preoccupa delle sue dichiarazioni dei redditi e a Dwight che mangia schifezze seduto al bancone della nostra cucina, bisogna fare un passo indietro.
Indietro a un’ora fa, quando io e Blake eravamo a letto a festeggiare il nostro primo anniversario – il giorno che ci siamo conosciuti, quando io e George siamo arrivati alla villa dei Bronstein e abbiamo trovato lui e Cheyenne… No, devo cercare di dimenticare quella scena! -, viziandoci con un’abbondante colazione e coccole vietate ai minori.
In particolare, eravamo impegnati in una personalissima versione di Blake di “Obbligo o verità” quando siamo stati interrotti dal suono del citofono.
Sulle prime lo abbiamo ignorato, ma dopo cinque minuti di insistente trillo sfonda-timpani, la magia ormai era andata perduta, Blake, incazzato come un puma, si è infilato i jeans ed è andato ad aprire mentre io, con una doccia veloce, sono volata a togliermi il gelato di dosso. Sì, gelato. E non approfondirò oltre.
Ho riconosciuto Dwight dalla voce e, quando li ho raggiunti in cucina, mi sono trovata davanti loro due che discutevano della storia delle dichiarazioni dei redditi e, siccome è una questione di una qual certa importanza, mi sono unita alla discussione.
«Sei venuto quindi ad avvertirci che ci arresteranno?», domando prendendo un succo multivitaminico dal frigo e sedendomi a capotavola, tra Blake e Dwight.
«No. Ero venuto a informarvi di un’altra cosa prima che la sentiste dai telegiornali, ma vedo che non avete molta fiducia in me…».
«Dobbiamo per forza ricordarti cosa è successo l’ultima volta?». Quella di Blake è una domanda retorica. Tutti e tre ce lo ricordiamo bene: i fratelli Aguilera.
«Ecco», dice lui, «in effetti sì, perché le due cose sono collegate».
Io e Blake ci guardiamo allarmati.
«I narcos ti stanno seguendo? Sono qui? A New York?», metto subito le mani avanti, pronta a fare le valige.
«Non più. Sono al fresco», annuncia Dwight con una nota di compiacimento nella voce. «Tutti e tre, Aguilera padre e figli».
«Li hanno arrestati?», esclama Blake.
«Non è corretto. Li abbiamo arrestati».
Io e Blake siamo ancora più sconcertati. «In che senso “abbiamo”?», domandiamo all’unisono.
Dwight si riempie la bocca di patatine e le annaffia con un sorso di birra. «Ed è qui che ci ricongiungiamo alla questione che io non faccio il commercialista». Fa una pausa per verificare di avere la nostra attenzione, ma siamo così basiti che non potrebbe essere altrimenti. «Quella del commercialista è la mia copertura. Lavoro per l’FBI, divisione crimine organizzato».
«Copertura?!», esclama Blake.
«Crimine organizzato?», gli vado dietro io.
Insomma, a guardarlo, Dwight, con i suoi occhiali anni ’70 e le camicie hawaiane, dà l’idea di essere qualsiasi cosa meno che un agente sotto copertura.
«Sì. Siamo sulle tracce dei traffici di droga degli Aguilera negli USA da anni, è stata un’operazione lunga e pericolosa, che si è conclusa con successo tre giorni fa», spiega lui orgoglioso.
Io e Blake, invece, siamo ancora increduli.
«Ho dovuto infiltrarmi nel cerchio della fiducia degli Aguilera e l’ho fatto come loro contabile esperto in paradisi fiscali, essendo io, a tutti gli effetti, un commercialista abilitato. La mia velocità nell’apprendere le lingue straniere ha fatto il resto».
«Perché? Che lingue parli?», chiedo io sempre più incuriosita. Qui, se il mio istinto non m’inganna, ne esce fuori un pitch pazzesco per una serie TV.
«Spagnolo, ovviamente, russo, cinese mandarino e giapponese, che però non so scrivere».
«E, spiegaci, in cosa consisteva l’operazione?», lo incalzo, mentre Blake è ancora scioccato dalla doppia vita segreta del suo migliore amico.
«Bisognava intercettare il flusso di denaro degli Aguilera, da dove partiva, dove andava a finire, per le mani di chi passava, per questo serviva una persona con competenze finanziarie, cioè io. I soldi degli Aguilera che gestiva il loro intermediario a Miami, Cristobal, non li ho mai nascosti in un paradiso fiscale, li ho sempre dirottati verso un conto federale istituito per il sequestro dei beni, il tutto a loro insaputa».
«Per quello gli Aguilera ti volevano morto», gli ricorda Blake.
«Sì, la mia copertura ha rischiato di saltare quindi, quando ho lasciato casa vostra negli Hamptons, ho incontrato la mia squadra per spiegargli che dovevamo cambiare piano e accelerare l’operazione, visto che come scadenza avevo la messa in onda della puntata finale di The Elite. Abbiamo incastrato i fratelli Aguilera durante lo scambio di una parte di soldi e li abbiamo arrestati. Loro facevano movimentare denaro e droga a Cristobal per avere sempre le mani pulite. Era questo il problema grosso, si tenevano lontani dalla merda, perciò erano sostanzialmente intoccabili. Non avevano neanche mai preso una multa per divieto di sosta, quei due. Ci ho messo mesi per convincerli a mettere le mani su quella cazzo di valigetta e quando ci sono riuscito sono scattate le manette».
«E il padre? El Gordo?», insisto prendendo mentalmente appunti.
«Lui ha fatto un errore. Si è sempre tenuto alla larga dagli Stati Uniti, fino a tre giorni fa, quando è entrato nelle acque statunitensi della Florida Ovest col suo yacht. Lì, la guardia costiera ha chiesto i documenti della barca ed è venuto fuori che il certificato di sicurezza dell’imbarcazione era scaduto. In pratica è stato come arrestare Al Capone per evasione fiscale!».
Il mio cervello machiavellico ha già iniziato a lavorare e una nuova sceneggiatura prende forma… Devo andare a scrivere.
«Perciò sono venuto a salutarvi. Mi trasferiranno a Ovest per qualche tempo per proteggere la mia identità», ci annuncia. Potrebbe mancarmi Dwight che ci piomba in casa per svuotarci il frigo.
Blake, invece, scuote la testa incredulo, grattandosi la nuca. «Non sei un commercialista».
«No!», gli ripeto. «Lui è come Donnie Brasco!».
Dwight e Blake mi guardano scettici. «Chi?!».
«Donnie Brasco», ripeto alzando gli occhi al cielo. «Johnny Depp, Al Pacino… Avanti! Devo proprio insegnarvi tutto di cinema?!».
Loro mi fissano muti e io provo a risvegliare le loro coscienze. «Donnie Brasco, ossia Johnny Depp, s’infiltra nella mafia newyorkese conquistando l’amicizia di uno dei soldati del boss, Al Pacino, e dopo aver stretto i contatti con il giro, smaschera il traffico di stupefacenti gestito da Cosa Nostra… Capito?», loro non proferiscono parola. «Sapete cosa c’è? Lasciate perdere, mi sono capita da sola!».
Lascio loro due in cucina e chiamo subito Larson al telefono per lanciargli l’idea, incurante del fuso orario – a L.A. è l’alba, ma di sicuro lui è già al lavoro.
«Una serie in sei puntate sull’arresto di uno dei narcotrafficanti più ricercati dai tempi di Pablo Escobar», gli dico senza troppi preamboli. «A proposito di El Gordo, tratto da una storia vera. Saremo i primi».
«Ma non ci sono ancora comunicati ufficiali dell’FBI».
«Ho una fonte da dentro», lo rassicuro.
«È attendibile?», mi chiede Larson. «Voglio dire, è una fonte solida?»
Ripenso a Dwight, alle sue camicie a fiori, a Schiava della passione, alla sua ossessione per Barbra Streisand, alla sua collezione di quadri dipinti con il pene… «Una roccia».
«Se mi mandi una bozza di sceneggiatura entro stasera, domani attivo la pre-produzione».
«Ho già tutto in testa».
«Sai, Summer… Lo so che non è bello da dire, ma sono contento che Chase ti abbia dato un calcio in culo con Hell-A».
«Cosa? E Perché?»
«Perché adesso Hollywood è la tua mela. Ah, ti saluta Shonda». E riattacca.
Quando torno in cucina, Dwight se n’è già andato e trovo Blake al telefono. «Chi chiami?»
«Sasha. Le dico di trovarmi un altro commercialista. Uno vero».
Così è più o meno come ho avuto l’idea per la serie che mi ha fatto vincere un Emmy.

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